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Archive for settembre 2011

Più coppia e meno coniugalità:

Nel corso del tempo la concezione del matrimonio è cambiata, infatti, prima costruiva un’alleanza tra famiglie in seguito ha assunto un successo sociale e ora un’autorealizzazione espressiva personale, diventando un’impresa individuale. La famiglia basata sui legami di sangue e solidarietà nei confronti di tutta la parentela ha perduto forza, al contrario, ha trovato vigore l’unione sentimentale/affettiva della coppia; la fedeltà è dovuta solo al coniuge e non è estesa a tutti i consanguinei. La coppia contemporanea ha più preminenza sulla coniugalità, oggi infatti è diventato un patto fiduciario tra due individui che si scelgono senza testimoni. Al centro della coppia si pongono i consorti e la loro relazione, vivono in spazio totalmente privato svincolato da appartenenze di stirpe e socio-culturali. I partner stabiliscono regole di condotta e negoziano diritti e spazi di azione; amore e passione sono posti all’inizio non come emozioni fugaci e transitorie ma come elementi istituenti il progetto stesso. I fallimenti, cioè la perdita della conoscenza di sé, nascono da un equivoco che determina un cambiamento della personalità. Oggi l’essenza del matrimonio si basa sull’aspetto socio/ istituzionale del vincolo. Questo concetto preclude alla coppia di costruire un ’’Noi’’ attraverso una relazione che risponda al progetto comune e mantenga la responsabilità e l’impegno verso tale pianificazione. Nel rapporto di coppia ognuno dei due protagonisti dovrebbe aver fede e manifestare la sua interiorità confidenziale, ricevere empatia ed dimostrare speranza nella relazione di coppia e nell’unione matrimoniale. È comprensibile che, codeste attese, speranze e richieste elevate possano portare a idealizzare il rapporto di coppia. Questa esaltazione è sinonimo di frustrazione, delusione, disinganno e tradimento che con il tempo portano alla rottura, disunione o divorzio.

Compiti di sviluppo coniugali e intergenerazionali: un equilibrio di lealtà:

Nel ciclo di vita della famiglia, il matrimonio è il primo evento critico forte che impegna la coppia perché i partner diventano coniugi. Attraverso la ‘’costruzione’’ dell’identità nuziale intercorrono la conoscenza della coppia e la formazione effettiva; cominciamo dal fidanzamento per pervenire all’anello di congiunzione matrimoniale. In questo spazio coesiste un salto critico che segna il passaggio dall’innamoramento all’amore attraverso il fenomeno di ‘’disenchantment’’. L’innamoramento è un processo di presunzione di somiglianza che conduce a definire l’altra persona in base alle proprie identificazioni originarie, proiettando su di essa la capacità di soddisfare i propri bisogni. L’amore coniugale è invece una condizione di ‘’togetherness’’, essa consente alla coppia di trarre benefici reciproci e di fondare su di essa l’impegno comune. I due compagni sono forieri oltre che della storia individuale, anche di messaggi provenienti dai sistemi familiari d’origine. Quando parliamo della formazione della coppia, dobbiamo tener presente un sistema trifamiliare composto dalle due genealogie d’origine e dalla neo- coppia, che dovrà formare una terza-nuova famiglia. Possiamo dire che l’obiettivo evolutivo principale è realizzare un equilibrio tra due tipi di lealtà verso la propria famiglia d’origine e verso la nuova famiglia in costruzione. La coppia odierna tende a farsi norma a se stessa rescindendo culturalmente dal riferimento alle generazioni precedenti, quindi l’equilibrio tra i due tipi di lealtà non è diminuito ma ha solo mutato forma. La somiglianza non è l’unico aspetto ad agire nell’incontro, ci sono aspetti d’irriducibile differenza. Il vincolo inconscio è alla base dell’attrattiva che spinge alla scelta del partner riproducendo antichi copioni, ma come pone l’accento Cigoli: la somiglianza non è l’unico aspetto ad agire nell’incontro, ci sono aspetti d’irriducibile differenza. La coppia deve negoziare su basi realistiche i vari problemi che la vita quotidiana pone. Le due persone devono divenire coppia con funzioni, spazi e distanze che rispondono ai loro bisogni d’intimità e di libertà personale; segnando la loro distanza con le famiglie d’origine, ridefinendo i rapporti con esse e toccando nuovi confini. Walsh (1988) sostiene che l’equilibrio tra i coniugi deve basarsi sulla reciprocità a lungo termine facendosi carico di responsabilità diverse. Il rapporto coniugale è rinnovato sui bisogni e sull’opportunità; Froma Walsh esprime che le persone hanno bisogno di tre matrimoni: in giovinezza un amore romantico e appassionato; per allevare i figli un rapporto con responsabilità condivise e più tardi nella vita un rapporto con un compagno con forti capacità affettive e di accudimento reciproco. Piuttosto che nuovi partner, le persone hanno bisogno di TRASFORMARE il contratto relazionale sulle diverse fasi del ciclo di vita. La relazione durante il ciclo di vita deve reiterare l’impegno promuovendone uno nuovo con una novella scambievolezza.

Fattori del successo coniugale:

L’intimità: è il nodo cardine delle relazioni di lunga durata; con l’aumentare del decorso matrimoniale essa sembra diminuire (Rowe e Meredith) o aumentare (Swense, Eskew e Kohlhepp, 1984). Gottman e Lever invece sostengono che l’impegno del matrimonio subisce una trasformazione quando i coniugi apprendono a godere l’uno dell’altro.

L’impegno: il grado d’intimità evidente nei matrimoni felici indica che i coniugi si sentono impegnati non solo verso il matrimonio ma anche verso il partner. L’impegno è quindi la rigenerazione del rapporto sui cambiamenti.

La congruenza: è il processo attraversato dai consorti riguardo alle loro attese matrimoniali.

Stili attribuiti: Lo stile di attribuzione correlato alla soddisfazione coniugale è importante nello studio dei rapporti intimi in ogni fase del ciclo di vita, acquista un peso rilevante nelle situazioni di crisi coniugale, nella fase di formazione della coppia, nell’approfondimento della conoscenza reciproca, nella riduzione dell’ambiguità, nello schema cognitivo della propria relazione e nella norma interattiva attraverso la quale essa si manifesta. Le ricerche che rilevano i pattern attributivi e di soddisfazione coniugale non sono giunte a risultati univoci. Tuttavia le ricerche contemporanee concordano sul fatto che le coppie insoddisfatte e/o felici, a differenza di quelle insoddisfatte, percepiscono il comportamento negativo del partner come determinato da fattori di personalità del coniuge o compagno, stabili nel tempo e controllabili dal soggetto stesso. Il coniuge è ritenuto responsabile dei suoi atti, indipendentemente dal comportamento del convivente. Le ricerche mostrano che in generale sono le attribuzioni circa gli eventi negativi a influenzare in modo casuale la compiacenza ma non viceversa, con evidenti differenze tra uomini e donne. Infatti, sembra che mentre le attribuzioni dei mariti riflettono semplicemente il loro gradimento coniugale, quelle delle mogli influenzino il loro personale appagamento. Notevole importanza rivestono, in questa prospettiva, le attese dei coniugi e la loro disillusione la cui natura varia sulla pienezza coniugale: nelle coppie soddisfatte, solitamente, sono presenti più Bias positivi, ossia conferimenti benevoli per il comportamento del partner che per il proprio, mentre nelle coppie inappagate si assiste alla presenza di Bias negativi, ossia attribuzioni più benevoli a sé che al coniuge.

La comunicazione: significa raggiungere una soluzione piacevole al problema per entrambi, la difficoltà delle coppie è dovuta a un eccesso di fiducia nella loro capacità comunicativa.

L’orientamento religioso: molti studi hanno rilevato un legame espressivo tra religiosità e qualità della relazione matrimoniale (Olson, McCubbin, 1983; Stinnet, 1983; Thomas e Roghaar, 1990), altri hanno considerato il rapporto tra due variabili determinato dalla tendenza a un maggior tradizionalismo presente nelle coppie che si dichiarano religiose. Le evidenze empiriche mettono in luce come aspetti diversi della fede religiosa fossero collegati secondo diverse norme al benessere coniugale. Le due dimensioni più considerevoli sembrano essere vagliate come risorse fondamentali, richiamandosi direttamente ai registri del supporto sociale e spirituale.

Le caratteristiche spirituali del partner: è stato mostrato come i legami di uomini con stile di attaccamento evitante e donne con stile di devozione ansiosa fossero stabili quanto le coppie definite ‘’sicure’’ nonostante le prime avessero ottenuto in fase iniziale un punteggio globale negativo. Le coppie che a posteriori registravano maggior incidenza di rotture erano costituite da uomini ansiosi e donne evitanti, codesto risultato conferma l’assoluta centralità della donna nel processo decisionale di costruzione e rottura della coppia. La teoria dell’attaccamento ipotizza che le donne evitanti sono meno capaci e motivate a mantenere le relazioni e  quindi le loro relazioni si dissolvono perché nessuno s’impegna a farle durare. Le donne ansiose, al contrario, spinte dalla paura dell’abbandono, sono più accomodanti e attive nel mantenere una relazione stabile anche alla presenza di partner con stile evitante.

La scelta del partner: esistono vari studi e teorie, in particolare abbiamo: il similarity model  ipotizza che la scelta avvenga tra individui che si percepiscono come simili tra loro; lo equity model, simile al precedente, focalizza l’attenzione sulla somiglianza nella valutazione dei ruoli sessuali; il poverty model prevede che per molte persone la selezione debba necessariamente avvenire all’interno di una gamma ridotta di possibilità; infine lo idiographic model identifica come cruciali alcune caratteristiche idiosincratiche del partner. Le conclusioni sono interessanti, mettono in luce come non è possibile rintracciare elementi di regolarità nella scelta del partner. Una parziale conferma del similarity model sembra essere evidenziata dai dati di una ricerca basata sulle ipotesi della teoria dell’attaccamento. Collins e Read (1995) hanno verificato se e come le dimensioni dello stile di attaccamento adulto (sicuro, evitante, ansioso/ambivalente) hanno influenzato rispetto alla scelta del partner, evidenziando come i soggetti tendano ad accoppiarsi con partner che condividono le loro idee circa l’intimità e la possibilità di dipendere dagli altri. Tuttavia Collins e Read affermano che le persone cercano un compagno cui il proprio sistema di congiungimento è già pronto a rispondere.

La convivenza: si deve analizzare la diversa caratterizzazione assunta da questo tipo di esperienza nelle diverse situazioni geografiche, sociali e culturali; nella realtà statunitense e nel nord dell’Europa troviamo, infatti, un’immagine di convivenza come vera e propria forma familiare alternativa al matrimonio, un Family status nel quale tuttavia il livello di sicurezza, impegno e responsabilità circa la relazione appare essere bassa (Bumpass, Sweet e Cherlin, 1991). In conseguenza di questo, l’analisi comparata delle principali ricerche degli stati uniti d’America sembra mostrare come la coabitazione sia negativamente correlata alla stabilità matrimoniale successiva valutata in termini di qualità del rapporto, fallimenti o propensione alla separazione.  Bumpass e Sweet (1989) hanno considerato come la proporzione tra separati e divorziati dopo dieci anni di matrimonio fosse superiore di circa un terzo tra chi aveva convissuto rispetto a quanti non avevano attraversato questa fase; questo perché le donne associano un livello d’insoddisfazione coniugale maggiore e un basso livello di comunicazione. In Canada la convivenza assume perlopiù il carattere di banco di prova, fase di transizione verso il legame formalizzato.  White afferma che la convivenza prematrimoniale sembra essere positiva e correlata alla stabilità del rapporto; in altre parole, le probabilità di successo matrimoniale sembrerebbero quindi essere elevate per coloro i quali hanno convissuto, purché nel patto coabitativo sia presente un progetto d’impegno formale futuro. LA CONVIVENZA RAPPRESENTA QUINDI UN COMPROMESSO, UNA SORTA DI FASE DI TRANSIZIONE TRA FIDANZAMENTO E MATRIMONIO, CONSENTENDO DI PROSEGUIRE GLI STUDI O IMPEGNARSI IN UNA CARRIERA SENZA LA PRESSIONE DELLE RESPONSABILITÀ FAMILIARI, MA SENZA PER QUESTO PRIVARSI DI UN’INTENSA VITA AFFETTIVA!

Influenza delle reti di relazioni sociali: le principali temi oggetto d’interesse sembrano essere sostanzialmente due:

1)      Il mutamento qualitativo e quantitativo del rapporto di coppia rispetto alle reti di relazione,

2)      L’influenza del mutamento qualitativo e quantitativo del rapporto di coppia rispetto alle reti di relazione, in termini di supporto e interferenza nell’ambito del processo di stabilizzazione della coppia stessa.

Con riferimento al primo tema sembrano rintracciabili due filoni di ricerche che conducono a risultati divergenti. Da una parte abbiamo la relazione di coppia come risultato di un progressivo allontanamento dei partner dalla rete parentale e amicale. Tale presa di distanza risponderebbe a livello affettivo e comportamentale all’esigenza di devolvere al partner gran parte del proprio bilancio di energie di tempo, a scapito delle altre relazioni in parte efficaci con familiari e amici. Cognitivamente ci sarebbe invece l’esigenza di consolidare la propria identità di coppia (coupleness) e definire i confini della diade. Il riscontro empirico di tale ipotesi di allontanamento è misurato dalla diminuzione dell’ampiezza media delle reti amicale e familiare, dell’importanza dell’influenza esercitata dalle reti di riferimento e infine dalla partecipazione ad attività con amici e conoscenti (Surra, 1985). Il secondo filone di ricerca si conduce proprio dall’evidenza empirica del carattere di selettività dell’allontanamento.  Surra dimostra come il ritiro dalla rete di relazioni non coinvolgesse né i familiari né gli amici più vicini, i quali, al contrario, venivano man mano inglobati in una rete di relazioni affettive comune a entrambi i membri della coppia. Tale fenomeno di sovrapposizione è definito overlap caratterizza la fase di consolidamento della relazione di coppia e assume il compito di riconoscere e legittimare la coppia (Di Nicola, 1991) diminuendo la probabilità che la relazione di coppia si dissolva. Per quanto riguarda il secondo tema, numerosi studiosi, rifacendosi a teorie diverse, hanno analizzato l’influenza di familiari e amici nella fase di costruzione e stabilizzazione della coppia. È stato dunque ipotizzato a livello teorico che il supporto e l’approvazione producano effetti positivi sull’andamento del rapporto (Parks, Stan ed Eggert, 1983). Da un punto di vista cognitivo, secondo Sprecher e Felmlee (1992), l’effetto positivo della rete familiare avrebbe quattro ordini di conseguenze: consente alla coppia un maggior equilibrio cognitivo al momento in cui vi sia coerenza tra percezioni della coppia stessa, del network e di ciascuno dei partner; ciascun membro della coppia, potendo attingere alle informazioni riguardanti il partner possedute dalla rete, otterrebbe una riduzione dell’incertezza rispetto al partner stesso e alla relazione; inoltre, il fato di non essere considerati non solo come singoli, ma anche come coppia, determinerebbe un incremento del senso d’identità con la diade; infine la percezione della disapprovazione da parte della rete in caso di rottura del rapporto fungerebbe da deterrente, incrementando l’unione tra i membri della coppia. Le donne provenienti da famiglie caratterizzate da un alto livello di espressività appaiano maggiormente in grado di giungere un più elevato livello di soddisfazione coniugale, come se avessero a disposizione un più adeguato repertorio di capacità affettive e relazionali apprese dalla famiglia stessa e impiegata nella relazione diadica. I partner di donne le quali provenivano da famiglie con alto livello di stato di conflitto registravano una bassa soddisfazione coniugale, al contrario non è vero il contrario, cioè se è l’uomo ad avere una famiglia conflittuale, ciò non ha ripercussioni sul grado di soddisfazione della coppia. La donna dunque assume il fondamentale ruolo di specialista in relazioni all’interno della coppia coniugale. Le donne, infatti, rispetto all’uomo, tendono a dedicare più energie al mantenimento della relazione, soprattutto dopo la fase iniziale, hanno una maggior probabilità di essere loro a decidere la rottura della relazione (Hill, Rubin e Peplau, 1976) e una maggior capacità di prevedere l’evoluzione (Gilligan, 1982). L’ultimo aspetto riguarda l’impatto esercitato dall’interferenza/ disapprovazione della rete nel periodo precedente il matrimonio, che sembra seguire un andamento curvilineo in termini temporali (Johnson e Milardo, 1984); all’inizio è totalmente demandata ai partner, consolidandosi il legame prefigura l’ingresso all’influenza positiva o negativa della famiglia sul membro della coppia, in ultimo corrisponde la fase di diminuzione dell’influenza della rete familiare (Stets, 1993.)

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È difficile considerare una relazione patologica se si analizza che l’infermità non ha un’origine contemporanea ma è un complesso di meri tentativi disfunzionali che hanno radici profonde generazionali. In precedenza a codesto paradosso è conveniente e costruttivo rivalutarne il principio e sviscerare il processo evolutivo sull’essenza delle molteplici esperienze relazionali vantaggiose o svantaggiose vincolate dal tempo e dall’ambiente socio- culturale e socio- familiare; indi per cui la domanda che ha senso porci è: la nostra relazione è utile nel favorire l’accrescimento evolutivo psichico? L’attuale presupposto implica quindi determinare degli obiettivi che garantiscono una relazione utile; il dilemma è che non vogliamo corrispondere il prezzo delle scelte di cui ci siamo serviti. La maggior parte delle persone preferisce omettere la verità e afferra la possibilità di non scegliere, rifugiandosi con viltà per tutta la vita, crogiolandosi impiega ogni attimo alla costrizione della propria PRIGIONIA! La non consapevolezza conduce all’irresponsabilità e all’involuzione emotiva di entrambi gli individui. Ciascun individuo ricerca costantemente nell’altro la figura del padre o della madre, ma consciamente è afflitto dalla volontà di non poter arguire a uomini perfetti; conseguentemente cade nell’incanto di raggiungere codesta chimera con successo e saccenza che in seguito si dimostrerà il consueto fallimento mentale. Questo paradosso mostra come l’uomo contemporaneo chiede senza aspettarsi ed esige amore da chi ritiene che non saprà soddisfarlo attraverso lamenti camuffati da richieste. Un individuo superato la fase d’innamoramento dovrebbe chiedersi: MA LA MIA RELAZIONE È NORMALE?  Prima egli dovrebbe comprendere che cosa s’intende per normalità e intenderne i parametri di misurazione ma per far questo l’uomo all’origine dovrebbe scoprire come bisognerebbe essere per raggiungere il canone normale! Tutto questo è assurdo e contraddittorio se si considera che il processo evolutivo della coppia si basa su molteplici fattori che hanno radici generazionali disgiunte. Il presupposto dell’amore è l’innamoramento, esso ci dona la possibilità di amare ciò che non riusciamo a idolatrare di noi stessi perché incompatibile con la nostra immagine costruita. Vagliando l’innamoramento si può considerare una visione opposta nel nostro partner, una polarità emergente e splendente che razionalmente non troviamo in noi stessi ma che impariamo a conoscerla e ad accettarla attraverso l’altro illudendoci che non ci appartenga! L’infatuazione porta l’uomo allo smarrimento e alla dissipazione del raziocinio, dove la testa è in contrapposizione con il cuore, e quest’ultimo può manifestarsi solo con la perdita della capacità di analisi logica che sancisce limiti di ricerca della nostra identità con seguente sofferenza. L’essere tende a proiettare sul proprio partner esigenze complementari, indi per cui, se manca la fase d’innamoramento o l’innamorato questa mancanza ci genera patimento e assenza di vitalità; questo perché il senso di vuoto pre-esisteva all’assenza del partner, ma è più agevole e convenzionale attribuire questa mancanza a egli perché questo modo ci garantisce di riconoscere e unire i nostri due mondi emotivi. Sono le divergenze a rappresentare Il vero motivo della scelta reciproca non il fascino seduttivo delle similitudini; questo concetto chiarisce e collauda che ciò che è stato unito può essere diviso. Nella fase della separazione possiamo usare il nostro io contro quello del partner diminuendo il nostro grado di consapevolezza oppure integrandolo con le diversità dell’altro in un’interiorità indivisa più amplia. Nella fase dell’innamoramento ognuno tende a valorizzare la parte di sé che percepisce più veritiera, codesto elemento è tenuto in serbo privatamente per l’innamorato per assicurargli la preziosa scoperta. Il nostro stato emotivo nel compiacere l’altro ci spinge all’accettazione di noi stessi favorendo l’integrazione tra il nostro vecchio modo di percepirci e il nuovo. Questo ci costringe a ricostruire l’immagine che abbiamo di noi, codesta è diversa dalla precedente e approva la possibile scoperta temeraria contrastante. Il secondo stadio è l’amore, terminato il viaggio della rivelazione ci scontriamo con il funzionamento psichico ordinario cosciente della nostra oggettività; in questo stadio dobbiamo ridiscendere per far i conti con una complessità liquidata. Nel primo stadio ci siamo illuminati e irraggiati di luce, toccato il paradiso, gettato la nostra zavorra e aperti all’ascolto del cuore; in seguito è appropriato rinunciare a volare e considerare l’intelletto. L’uomo percepisce il vile e quindi riscende, la difficoltà è mantenere accessibile il cuore nonostante la testa abbia ripreso a funzionare” L’amore è quando il cuore resta aperto nonostante la testa abbia ripreso a funzionare“; fra la prima fase e la seconda c’è lo stadio drammatico di crisi che rischia di precludere la nostra evoluzione. La/e crisi sono/è separazioni/scelte una è conseguente all’altra, dividersi comporta delle scelte e le decisioni implicano distacco! I membri della coppia sono due apprendisti che hanno avuto la fortuna, d’incontrarsi per trasformarsi in persecutori uno dell’altro, dobbiamo imparare a conoscerli attraverso l’elaborazione di sé per riuscire a difenderci con consapevolezza dagli attacchi micidiali che toccheranno i nostri punti più sensibili. Questi punti sono labili perché noi ci focalizziamo e gli diamo importanza; essi fanno parte della nostra personalità! L’individualità è il nostro maggior sostegno ma anche il nostro peggior nemico; dopo che il partner ha valorizzato i nostri punti limitanti collaborando al processo evolutivo non come rivale, ma come collaboratore, nella battaglia tra la testa e il cuore, possiamo reagire con estrema gratitudine e non con ottusità alla nostra evoluzione. La personalità da un lato è il nucleo di tutto ciò che per noi ha un valore ma dall’altro di tutta la nostra infelicità che deriva dall’attaccamento, dall’identificazione che ne abbiamo e dalla pretesa di mantenerla inalterata nel tempo. La personalità è un termine etrusco che significa maschera” non sappiamo usarla come dovremmo’’. Quotidianamente ci vestiamo di una maschera che non sappiamo usare esattamente, la portiamo per tutto il nostro cammino rischiando di stratificare molteplici bautte costruite nel tempo patinandole e perdendo il focus dell’origine. La confondiamo con l’identità cioè, il punto centrale, quindi la perla della nostra conchiglia.  Il pericoloso attaccamento a essa/e ci porta ad arrendersi e alla rinuncia, perché pensiamo assicura l’integrità e la protezione della nostra identità. L’obiettivo è favorire la perdita del nostro attaccamento a una personalità totalizzante che non ci potrà mai rappresentare in toto; ogni frammento cui rinunciamo provocherà dolore e turbamento e sarà proporzionale al grado di attaccamento. Il successo è incanalare l’energia del patimento verso ambizioni costruttive che destano il nostro interesse; questo è possibile solo se ci si trova nella seconda fase. Un innamorato o una persona che aspira a innamorarsi non ha strumenti per comprendere codesto concetto perché lo sentirebbe motivo di minaccia e freno della sua espressione di amare! L’uomo ha il diritto di conoscere la propria mente, esso non è un privilegio del terapeuta, la malattia è ignoranza e genera illusione, questa ci identifica con la personalità ambivalente e reca sofferenza e malessere; se percorriamo questa strada e diveniamo consapevoli e osservatori raggiungiamo la conoscenza anche attraverso il partner del nostro dualismo e impariamo a utilizzarlo e ad apprezzarlo per imparare e creare! Se questo non avviene, ci accingiamo verso il fallimento e quindi il crollo del senso di sé con conseguente diserzione della condivisione progettuale comune.

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