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Archive for ottobre 2011

Prima di scegliere bisognerebbe capire perché si predilige un partner…

…I single potrebbero sostenere che loro non lo prepongono perché non ne hanno bisogno o non l’hanno mai trovato, altri potrebbero sostenere che vi hanno rinunciato o che hanno scelto un interlocutore spirituale, come i sacerdoti cattolici. Limitandoci alla cultura occidentale, vi è una tendenza generale alla preferenza di un partner, indipendentemente dalla forma e dalla durata del legame che ne consegue: anche nelle relazioni più “libere” la scelta è operata, almeno in parte, in conformità a una serie di elementi complessi che la condizionano. Molti sostengono di non aver necessità o di non aver mai sentito l’obbligo di un partner, ma questi, spesso non si rendono conto che in realtà non è una mancanza di bisogno, ma di una rinuncia condizionata.  La scelta del partener è fondata su svariati motivi, alcuni di carattere utilitaristico, come un vantaggio economico o organizzativo oppure sotto una pressione sociale. Si ritiene dunque, che i motivi siano però legati ad alcuni bisogni fondamentali dell’uomo che si esprimono attraverso i suoi sistemi motivazionali, in particolare quello dell’attaccamento- accudimento e quello sessuale. Questi bisogni, si collocano all’interno di una serie di automatismi volti al mantenimento della specie e alla creazione, che garantiscono la sicurezza dei suoi membri durante lo sviluppo. Il primo è legato alla ricerca di sicurezza e al bisogno complementare che ne deriva, di provvedere all’accudimento delle persone molto deboli. L’esigenza di sicurezza si manifesta con più evidenza nelle relazioni in cui, per la presenza di gravi difficoltà di rapporto, vi è una minaccia concreta di separazione. Molto spesso in queste situazioni il collante principale del legame sembra essere la paura della solitudine e l’angoscia di essere privi di una figura di riferimento alla quale ricorrere in caso di bisogno. Il secondo è legato alla conservazione della specie attraverso la funzione riproduttiva, fine originale dell’attività sessuale. La riuscita di molti matrimoni è subordinata alla possibilità di procreare; in queste coppie sembra esservi un patto implicito (la sopravvivenza del legame sembra dipendere solo dalla soddisfazione della richiesta di paternità o maternità). In conclusione sia per quanto riguarda l’esigenza di sicurezza e sia per una progettualità procreativa all’interno della relazione, il requisito fondamentale è l’esistenza di una fiducia base nei confronti della persona con la quale è stabilita la relazione; diviene importante la qualità del legame che si è creato con chi originariamente si è preso cura di noi. Si può dire che quanto più è stata soddisfacente la relazione originaria, tanto più si potrà sviluppare un atteggiamento di fiducia nei confronti delle nuove relazioni; quanto più è stata ambivalente, ambigua e scarsamente soddisfacente riguardo ai bisogni personali fondamentali, tanto più si osservano comportamenti forvianti, disorientanti ed evitanti da parte di chi ha avuto questo tipo di esperienza.

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1.Aspetti psicosociali della fase: il mutamento culturale del significato del figlio

Il figlio come scelta

Si è visto come il calo demografico sia l’elemento rilevante nelle trasformazioni della famiglia in ambito Occidentale, in particolare nel nostro Paese. La diminuzione numerica dei figli non vuol dire però calo d’interesse e d’investimento nei confronti del bambino al contrario culturalmente l’enfasi sul figlio pare, nei secoli e nei decenni aumentare. Molto sinteticamente possiamo dire che assistiamo, dall’Ottocento fino a metà del Novecento, alla nascita e all’espansione della famiglia nucleare borghese puerocentrica. Questa è definita puerocentrica nel senso che investe fortemente sui figli, visti come strumento e molla di quella riuscita familiare che è stata la base dell’economia capitalistica.  Adesso tale dinastia privatizzata è trascorsa e sostituita con un nuovo tipo di puerocentrismo, che presenta sempre più chiaramente aspetti di ripiegamento narcisistico: il figlio è sempre più una forma dì realizzazione dell’adulto.  L’attuale atteggiamento culturale ha definito un puerocentrismo presuntuoso ed è rinforzato da un elemento chiave che ha segnato la transizione alla genitorialità negli ultimi decenni: la scelta. La nascita di un bimbo è divenuta, infatti, a differenza del passato, un avvenimento scelto. La procreazione non rappresenta più un destino biologico, ma è il risultato di una scelta, nella maggior parte dei casi condivisa, di un desiderio di autorealizzazione d’entrambi i membri della coppia. Per secoli la nascita dei figli è stata vissuta come un accadimento naturale di cui poco si sapeva e che non si poteva programmare, la possibilità di scegliere non solo di avere figli, ma anche di decidere quando averne, appare come un fatto assolutamente nuovo e decisivo sulla scelta della nostra realtà sociale, ove il dilemma di divenire genitori rappresenta il fondamentale rito dì passaggio all’età adulta. Ora che lo sviluppo tecnico ha reso, nella civiltà occidentale, la vita molto più comoda a tutti, e il pericolo esterno tende a essere concepito come nullo, il bambino, da subito, dal suo concepimento, è rappresentato come un bene duraturo, su cui fare affidamento. Un figlio voluto è, così, spesso caricato di notevoli attese. I genitori investono molto, forse troppo, nei pochi eredi che mettono al mondo, e ciò può costituire per le nuove generazioni una difficoltà, poiché sente di dover corrispondere a una profonda immagine di sé. Nella società contemporanea, dunque, il figlio diviene facilmente soggetto di diritti, poiché oggetto di preoccupazione altrui. Il bambino/figlio rischiano così di perdere le loro dimensioni di soggetti desideranti e di diventare un contenitore delle difficoltà dei genitori o una forma di realizzazione di questi ultimi, uno schermo di proiezione delle loro aspirazioni, com’è evidente negli atteggiamenti di quegli adulti che fanno della riuscita dei figli un banco di prova della loro capacità genitoriale. In altre parole, la diminuzione delle nascite e il loro carattere di avvenimento scelto portano con sé una sorta di concentrato emozionale nella relazione genitori-figli che, spesso è rilevante e tende a sbilanciare la dinamica familiare in un’impasse irrisolta tra affetto e legge, in un disequilibrio tra aspetti materni e paterni. Sono questi i paradigmi estremi di una procreazione all’insegna del controllo. La recente diffusione delle tecniche di procreazione assistita, sembra aver originato un arduo mutamento di senso nella dimensione antropologica e sociale della genitorialità: in effetti, l’attuazione di alcune procedure che richiedono l’intervento di gameti maschili o femminili, opera una scissione tra genitorialità biologica e genitorialità sociale e educativa, dando luogo a un’inevitabile moltiplicazione e frammentazione delle figure parentali; si assiste oggi al rifiuto del figlio e alla rinuncia volontaria ad avere figli. Le motivazioni ad abortire più note sono ad esempio difficoltà economiche, problemi di salute, la stretta connessione esistente tra la qualità del rapporto di coppia e il proposito abortivo, la problematicità o lo stato di conflitto della relazione interpersonale, oppure, il timore di alterare in qualche modo i rapporti con il partner dopo la nascita di un figlio. La transizione alla non-parenthood avviene in modo quasi inconsapevole, in seguito a un gioco di rinvii, nell’attesa di una situazione personale o di coppia più adeguata, sino a che si prenda atto di non aver avuto figli. In genere, questo meccanismo si basa sulla progressiva organizzazione di uno stile di vita adult-centered, realizzabile solo in assenza di figli, e sul fatto di porre in alternativa funzioni e fattori che pure potrebbero coesistere: maternità o carriera, figli o disponibilità finanziarie, sacrificio o realizzazione personale.

Il comportamento generativo tra costi familiari e benefici collettivi

La società odierna concepisce la reciprocità familiare annessa all’area degli affetti e la reciprocità economica è trasferita nello scambio generazionale sociale. Nella società premoderna e moderna il figlio era un costo ma tale costo rientrava in famiglia, perché il bambino diventato adulto era anche la principale fonte di sostentamento delle generazioni anziane. Sgritta sostiene che non sono più i figli che provvedono al mantenimento dei genitori, piuttosto, tramite il meccanismo delle pensioni, le generazioni riproduttive che sono in età lavorativa, i giovani e gli adulti, i quali s’impegnano a sostenere le generazioni improduttive, gli anziani e i vecchi; generici giovani e adulti delle generazioni successive che pagano i costi della sicurezza sociale di generici anziani e vecchi delle generazioni precedenti. Il bambino nella società attuale è fondamentalmente un costo che, per essere sostenuto, ha bisogno di un’elevata motivazione affettiva. Coleman sostiene che quando gli individui di una generazione non dipendono più, finanziariamente, dal successo o dal fallimento dei propri figli, una delle conseguenze possibili è la mancanza d’interesse degli adulti ad allevare i figli: a tale passione si sostituisce l’interesse dell’individuo per il proprio futuro o il valore della coppia per il proprio benessere.  Il declino delle nascite non è tanto prodotto di una selfish generation: esso è largamente frutto di un’indifferenza strutturale della società nei confronti delle famiglie e di un’asimmetrica ripartizione tra costi privati e benefici collettivi. In questa situazione gli elementi si self-interest prende il sopravvento e, a livello di motivazione psicologica individuale, si registra un innalzamento delle motivazioni autocentrate; sono almeno in parte il frutto di una non equilibrata dialettica tra scambio sociale e scambio familiare. In questo quadro l’elemento di scelta procreativa che, a livello soggettivo, è stato vissuto come aumento di responsabilizzazione, a livello sociale ha avuto l’effetto di rendere la generatività, è considerato un fatto privato. Con ciò si è impedito che esso assumesse il rilievo di un problema comune e da condividere; la società si è totalmente deresponsabilizzata e non ha cercato di garantire l’equilibrio tra le generazioni. Il legame intergenerazionale è familiare e sociale al tempo stesso, e se non se ne vedono i nodi, gli adulti diventano ciechi e non più in grado di proteggere la propria funzione riproduttiva.

2.Compiti di sviluppo coniugali e intergenerazionali: dalla diade alla triade

Il figlio irrompe nella coppia e vincola in maniera indelebile il legame genitoriale che si viene a costituire. Il legame genitore- figlio è per sempre: si può mettere fine a qualsiasi rapporto tranne che all’essere genitori. Passare dall’essere solo coniugi a essere anche genitori è perciò una transizione chiave(McGoldrick, Heiman e Carter). Con il passaggio alla fase genitoriale, la famiglia si trasforma in una triade, che assume, per la prima volta, l’immagine di un sistema permanente. Con la nascita del primo figlio, la storia familiare si arricchisce della presenza di una terza generazione. Occorre riflettere sulla portata intergenerazionale di questo evento. La nascita di un figlio, infatti, si può definire l’evento critico per eccellenza perché, provocando l’entrata in scena di una nuova generazione, obbliga a una ridefinizione delle relazioni familiari e a una conseguente nuova distribuzione dei ruoli.

Evento critico Compiti di sviluppo coniugali e intergenerazionali
Relazione coniugale: accomodare la relazione di coppia con l’inclusione degli aspetti genitoriali(ridefinizione dei confini)Relazione genitoriale: salire di una generazione prendendosi cura della generazione più giovane(assumere il ruolo generazionale) cura del figlio come elemento di dialogo intergenerazionale

Relazione filiale: superare la barriera gerarchica con i genitori (comunanza di ruolo) ristrutturare le relazioni con la famiglia d’origine attraverso il comune ruolo genitoriale

 Nascita dei figli

Situazione sociale:

accomodare i tempi del lavoro con quelli della famiglia

La coppia si trova innanzitutto a gestire quello che si può definire il compito fondamentale richiesto in questa fase del ciclo di vita, e che McGoldrick, Heimen e Carter indicano come il salire di una generazione prendendosi cura della generazione più giovane. La difficoltà che si riscontra a questo livello, quando è marcata, denuncia l’incapacità dell’adulto di accettare il confine gerarchico tra sé e i propri figli. I neogenitori non riescono ad attuare questo salto generazionale, che è molto più di una nuova assunzione di ruolo, ma è l’acquisizione di una nuova relazione. Essa ha un’incidenza cruciale nella definizione della propria identità, che acquisisca nuovi e importanti connotati. L’accettazione di una nuova generazione significa inoltre che il sistema familiare deve saper tollerare le modifiche, anche strutturali, che ne conseguono. Ogni figlio successivo al primo provocherà quindi ulteriori consistenti mutamenti alla struttura del sistema e aggiungerà ai compiti evolutivi fondamentali la gestione della relazione fraterna. Hinde e Stevenson- Hinde hanno schematizzato le fasi e i cambiamenti del sistema familiare che si presentano nei primi due anni dopo la nascita di un secondo figlio:

Età del secondo figlio Fasi dello sviluppo familiare Cambiamenti strutturali del sistema familiare Compiti della famiglia
0-8 mesi Integrazione del nuovo membro Sistema triadico con nuovo membro Introduzione di un nuovo membro nella famiglia distribuzione dell’attenzioneCoinvolgimento del padre

Mantenere la relazione coniugale

9-16 mesi Raggiungere un nuovo equilibrio Negoziare le posizioni Trasmissione delle regole sociali Stabilire le sanzioni per la trasgressione delle regoleFar apprendere il linguaggio

Far fronte alla rivalità tra fratelli

17-24 mesi Differenziazione delle generazioni Due sottoinsiemi Stabilire il sistema genitoriale e quel fraterno Sviluppare relazioni individuali tra ciascuno dei genitori ed entrambi i figliAffermare gli interessi individuali dei genitori e armonizzare gli interessi dei genitori con quella dei figli

Da questa nuova posizione gerarchica i neogenitori svolgeranno quella funzione di continua copertura di cui il bambino piccolo ha bisogno. Due sono gli aspetti fondamentali di questa copertura: fornire affetto e dare contenimento e direzione alla crescita attraverso il rispetto della legge, e con essa delle norme. In altri termini, vanno garantiti gli aspetti protettivi tipici del codice materno e gli aspetti emancipativi del codice paterno. L’affetto permette al bambino di assimilare vitalità, calore, fiducia, stima; la legge di acquisire il senso di cosa è bene e ciò che è male, lo pone di fronte al limite aiutandolo a riconoscere la realtà esterna, fisica e sociale, con cui deve fare i conti e nella quale deve inserirsi e dare il suo costruttivo contributo. Nella cultura contemporanea sono presenti diverse norme di relazione in cui si osserva una sproporzione tra affetto e legge. Nelle relazioni caratterizzate da iperprotettività, il polo dell’affetto lascia in realtà il bambino in balia dei sentimenti degli adulti, invasivi, ambivalenti e spesso imprevedibili. All’ipertrofia dell’affetto senza legge si contrappone purtroppo, ancora molto spesso, l’ipertrofia della legge senza affetto. Tra genitore e figlio s’instaurerebbe cioè, già dalla nascita del figlio, un dialogo reciproco basato sia sulla sincronizzazione dei comportamenti, sia sulla sintonizzazione degli affetti. L’affidabilità dei legami (Gossmann, 1993) è una variabile cruciale dello sviluppo e dell’acquisizione dell’identità. La nascita dei figli, non ha a che vedere solo con l’adulto poiché genitore, ma ha anche notevoli effetti sulla relazione coniugale. La capacità di distinguersi diventa, infatti, fondamentale quando è necessario fare spazio a una terza presenza che ha diritto a occupare un posto e non può limitarsi a riempire un vuoto o a soddisfare unicamente un’esigenza del genitore. Quando i coniugi non sono in grado di costruire una solida alleanza tra loro, assistiamo a fenomeni quali la triangolazione, descritta, tra gli altri come triangolo perverso nel quale si attua un’alleanza di un coniuge con un figlio contro l’altro coniuge. La ricerca empirica ha affrontato il rapporto tra la relazione coniugale e la relazione genitoriale. Sotto l’azione del paradigma sistemico si sono ipotizzate connessioni tra i due sottoinsiemi nel senso di una loro coerenza: genitori che vivono il rapporto coniugale in modo soddisfacente sono in grado di garantire ai loro figli un clima positivo e favoriscono la loro crescita sociale. Si è così visto che la relazione coniugale influenza di più la relazione padre-bambino rispetto a madre-bambino. L’equilibrio tra le due organizzazioni, coniugale e genitoriale, è molto delicato. Per quanto riguarda i compiti che competono ai due neogenitori poiché figli, possiamo innanzitutto osservare che, dopo la formazione della coppia, evento critico nascita e allevamento dei figli rappresenta il secondo potente elemento di modificazione e di sviluppo anche in relazioni tra le due generazioni, nella direzione di una parificazione e di avvicinamento psicologico perseguiti grazie al comune ruolo genitoriale e a una migliore regolazione della reciproca distanza (Blieszner e Mancini, 1987). Questa capacità di superare la barriera gerarchica intergenerazionale, riconoscendo l’uomo e la donna che sta dietro ai ruoli del proprio padre e della propria madre, garantisce alla coppia la possibilità di ristrutturare le relazioni con le famiglie d’origine e, attraverso una partecipata comprensione della generazione anziana, di fare esperienza della cura della riconoscenza. Il compito delle generazioni anziane è quello di sostenere i figli a distanza nel loro nuovo ruolo e di partecipare alla vita dei nipoti assumendosi la nuova identità di nonni. Tale posizione di sostegno a distanza deve evitare di divenire invadente o disinteressato, i nonni devono spostarsi indietro di una posizione (must shift to back seat) permettendo ai loro figli di divenire le autorità parentali centrali.

3. I temi della ricerca:

Pochi sono invece gli studi che osservano la triade e la tetrade come un insieme o che esaminano sottoinsiemi connessi, e ciò è da imputare alla comprensione familiare e ai problemi metodologici che insorgono tutte le volte che si va di là dall’individuo e della diade. Bisogna considerare le problematiche più ricorrenti concernenti gli effetti della nascita di un bambino sulla relazione coniugale, sull’organizzazione dei ruoli parentali e sulla costruzione di un nuovo equilibrio con l’ambiente esterno, espresso principalmente dal tema del lavoro extradomestico.

Soddisfazione coniugale e aspettative di ruolo:

Le ricerche esemplificano l’effetto positivo della presenza di un nuovo nato soprattutto in termini di benefici emotivi quali l’arricchimento che la famiglia ne trae, lo sviluppo del sé e del processo d’identità dei genitori, l’aumento della coesione familiare. Si può osservare come la nascita di un figlio implichi anche notevoli vincoli e difficoltà. L’accresciuta responsabilità per una nuova vita, a lungo dipendente dai genitori, crea spesso problemi alla coppia genitoriale e favorisce anche l’aumento di tensioni relazionali tra marito e moglie. Gli effetti della nascita dei figli, sulla qualità della relazione coniugale sono stati studiati empiricamente per quanto riguarda la soddisfazione coniugale. Hanno rilevato una diminuzione progressiva della soddisfazione coniugale, soprattutto per la donna, imputabile a uno spostamento dell’asse affettivo- relazionale dal coniuge al figlio, nonché l’aumento di stato conflittuale della coppia. Molte di queste ricerche hanno prestato attenzione ai processi socio cognitivi, correlando la capacità di far fronte alla transizione con un circa accentuato conflitto tra le aspettative e le credenze coltivate prima dell’arrivo del figlio e l’esperienza successiva. Questo confronto tra aspettative ed esperienza effettiva ha consentito una rilettura anche dei numerosi cambiamenti di tipo organizzativo che la coppia si trova ad affrontare. È opportuno ricordare, che una parte considerevole dei vincoli che la nascita di un bambino pone, riguardano appunto, la sfera della gestione concreta del tempo e dei mutamenti organizzativi che tale evento comporta; esempio: la fatica fisica richiesta dai genitori, la mancanza di tempo per se stessi, le restrizioni nell’ambito casalingo, sociale e ricreativo. Una peculiarità di questa fase è, infatti, quella di essere caratterizzata da aspetti di riorganizzazione domestica ed extradomestica che non si proporranno più con tale urgenza nei successivi passaggi evolutivi familiari. La donna è impegnata su più fronti, quello domestico e quello lavorativo, ed è richiesta una specifica abilità nella gestione dei pressanti impegni conseguenti alla nascita di un figlio.

 

 

Tempo del lavoro e tempo della famiglia:

Entrambi i neogenitori sono chiamati a elaborare modelli di responsabilità condivisa, nonché a riorganizzare il lavoro  domestico rispetto agli impegni lavorativi e al tempo libero: ciò probabilmente è in linea col portato culturale odierno, che insiste sulla pariteticità dei coniugi e si rappresentano i ruoli come relativamente intercambiabili. I differenti pattern interpretativi secondo diversi autori sono:

  1. Afferma che non esiste alcuna intercambiabilità di ruoli tra padre e madre.
  2.  Pone l’accento, la complessità del cambiamento, numerosi padri partecipano attivamente alla cura dei figli, e si osservano differenti livelli di coinvolgimento secondo le differenti situazioni familiari. Per esempio: si assiste a una marcata presenza paterna nelle famiglie ricostituite, mentre nelle situazioni di separazione il padre, il padre appare prevalentemente latitante.

In queste due aree di ricerca, emerge la differenza tra vari livelli di mutamento: di opinione e di atteggiamento da un lato, e di comportamento dall’altro. Il primo è sensibile agli aspetti sociali, ed è più rapido, di comportamento è certamente più complesso perché tocca il livello intergenerazionale dell’identificazione e ha tempi lunghi.

  1. Rilevano come il padre sia maggiormente coinvolto nella cura dei figli se perde il posto di lavoro o se la madre svolge un’attività extradomestica.

Lewis: trae la conclusione che i cambiamenti, nella direzione di una maggiore partecipazione del padre, sono indotti più che da mutamenti culturali, da necessità di tipo socio strutturale “.

Il tempo della famiglia viene sempre più regolato dall’esterno, da un ordine che corrisponde a esigenze sociali non familiari, che considera gli adulti che lavorano indipendentemente dal loro, essere membri responsabili di una famiglia. Il nodo strutturale che andrebbe affrontato è: Armonizzare tempo della famiglia e tempo del lavoro come obiettivo cruciale di politica sociale che alcuni paesi europei stanno cercando di affrontare, uscendo da una sterile logica che confina la famiglia in un inesistente privato. Oggi la regia della difficile composizione tra mondo del lavoro e mondo familiare sembra ricadere sulla donna; la donna si trova non solo a far combaciare il tempo familiare con quello lavorativo, ma anche a mantenere i contatti sociali, in un delicato e complesso lavoro d’intarsio denominato da Balbo: PATCHWORK SYSTEM; la donna, in tale lavoro, è in genere supportata dalla famiglia d’origine soprattutto dalla propria madre. La famiglia estesa avrà perciò un ruolo cruciale, facilitatore o inibitore di sviluppo all’interno di quella rete di sostegno alla quale la famiglia con i bambini piccoli dovrà fare appello per assolvere i suoi compiti evolutivi. La nascita è un evento relazionale che può essere interpretato correttamente solo attraverso una prospettiva familiare che include anche il padre e i fratelli- e intergenerazionale. 

https://avallonefabiana.wordpress.com/2011/11/01/la-sindrome-di-peter-pan/

                    

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