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Archive for novembre 2011

Malinconia… Quanto è forte il legame con le proprie radici?? Professionalmente menziono e difendo con fermezza l’importanza di emanciparci dalla famiglia d’origine per riuscire a costruirsi la propria identità!  Concretamente penso che noi dovremmo essere cittadini del mondo e solo il nostro benessere interiore ci garantisce l’incolumità e la libertà di volare…  il legame fisico e visivo che si pone frontalmente spesso è carceriero, il profumo e i ricordi visivi rilevano uno strato di abbandono, ci si sente nudi senza sicurezze; Anche se il nostro posto e le nostre certezze sono interiori e profonde in ogni parte del mondo. I ricordi arricchiscono la nostra cultura e costruiscono la nostra persona!  Resta la malinconia visiva e il ricordo di un posto che abbiamo vissuto e amato! La nostalgia ci travolge nel vortice del bisogno di riviverle e di godere nel crogiolarci nel mare delle concretezze apparenti! Quando ci sentiamo sradicati riflettiamo e comprendiamo il perché?? Chi è l’artefice delle scelte? Se siamo lì,qualcuno l’ha deciso e se, e spero sia così, questo qualcuno siamo noi. Beh non ci rammarichiamo perché se l’abbiamo fatto abbiamo creduto e se non mutiamo significa che ci crediamo… Questa sensazione ha un solo nome: Sig.ra Paura!!! Salutiamola e voltiamogli le spalle come abbiamo fatto quando abbiamo deciso di intraprendere il nostro viaggio…

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La terra trema… e il mondo non è più medesimo. Tutto muta. Alternano i paesaggi, mutano le persone, cambia la vita. Spesso le metamorfosi sono solo l’inizio di una nuova vita. Una realtà che può sorgere dalle ceneri di una città distrutta, dalle rovine di una città come l’Aquila. Questo è ciò che accade a Massimo vittima, come i suoi familiari e amici, di una tragedia forse annunciata, ma al contempo forse inevitabile. Tutto sembra essersi arrestato quella fatidica notte del 6 aprile 2009, eppure la vita deve proseguire, anche se sembra scomparsa e defunta… I sogni, i desideri, le paure e ansie sono germogliati vigorose dal terremoto. Massimo  è apparentemente distante dal ricostruire la sua vita. Il crollo della città, delle case, delle pareti, ha sigillato la rinascita e la fede; l’incontro con Nadia ha aperto nel suo cuore la possibilità di ricredere nell’amore e percorrere insieme la via che porta alla riedificazione della loro città invisibile. Attorno a loro, la comunità delle tendopoli, i sopravvissuti, coloro che si muovono tra le varie città che l’Aquila è stata e potrebbe essere, comele città invisibilidescritte da Marco Polo a Kublai Kan nel romanzo di Calvino che si mescolano alle loro storie come i fili della tela di un ragno, lasciandone intravedere la trama senza mai svelarla davvero. Un viaggio alla ricerca della fede, quella vera che nasce dal perdono e dalla ricerca di domande e risposte che diano un valore a tutto ciò che è la vita. Attraverso l’arte questo video si appella alla fede e al credo che non deve mai essere perduto ma al contrario rinvigorito da speranza, la danza è la prima espressione artistica del genere umano perché ha come strumento il corpo. Essa è parte dei rituali, preghiera, momento di unione della collettività e anche occasione di raggruppamento tra persone. L’arte è sempre stata lo specchio della società, del pensiero e dei comportamenti umani. La danza permette di esprimere al meglio i nostri sentimenti attraverso il linguaggio del corpo. Ogni movimento non è eseguito soltanto con braccia e gambe, ma anche con mente e con cuore; ringrazio Luca Avallone (Attore, parte attiva e danzante) di avermi dedicato del tempo segnalandomi questo trailer e invitandomi a divulgare l’importanza dell’arte nell’unione del popolo dopo codeste catastrofi naturali!

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La sindrome di Peter Pan:

Sindrome che colpisce chi non accetta gli anni che passano e si rifugia in atteggiamenti adolescenziali.Nel 1984 lo psicologo americano di scuola junghiana Dan Kiley ha utilizzato per la prima volta questo termine nel suo libro dal titolo La sindrome di Peter Pan (traduzione italiana Rizzoli 1985 col titolo esplicito Gli uomini che hanno paura di crescere), traendo spunto dal celebre folletto di Kensington Garden di Barrie. Con il nome di Peter Pan ci si riferisce generalmente al titolo del testo teatrale dal quale il romanzo fu poi scritto, intitolato Peter Pan, o il ragazzo che non voleva volare, scritto da James Matthew Barrie nel 1904

La sindrome di Peter Pan è quella situazione psicologica in cui si trova una persona immatura, che si rifiuta (o è incapace) di crescere, di diventare adulta e di assumersi delle responsabilità. La sindrome è una condizione psicologica patologica in cui un soggetto rifiuta di operare nel mondo “Degli adulti” in quanto lo ritiene ostile e si rifugia in comportamenti ed in regole comportamentali tipiche della fanciullezza. Nel suo mondo egli è il padrone assoluto, tutto esiste unicamente per lui, in funzione dei suoi desideri e dei suoi umori. L’unica cosa che conta è stare bene, essere felici. L’importante è non avere bisogno di nulla e di nessuno. Nulla gli serve, egli è perfetto in se stesso, un Dio a cui tutto è dovuto, e davanti a cui il mondo s’inchina ammirato. Le piccole banalità quotidiane, le fastidiose difficoltà della vita gli scivolano addosso, egli è speciale, superiore, vive nel futuro, nell’immaginario, nello straordinario. Egli non ha dolori o affanni, quindi non li può riconoscere nell’altro: una battuta, uno scherzo, ed ecco che se ne va, pronto per un nuovo gioco. Essendo un Dio, tutto gli è permesso, senza alcun limite. Tempo, spazio e possibilità sono concetti non compresi. Se vuole qualcosa, lo vuole subito, e non contempla la possibilità di non essere esaudito, anzi, non contempla nemmeno il dover chiedere per ottenere.  La cosa sorprendente è che il mondo nel quale vivono i Peter Pan non è nostalgico né regressivo, ma, al contrario, estremamente vitale. Diversamente dai nostalgici di Calimero e dei Barbapapà, “i Peter Pan non cercano di ritrovare la loro infanzia”.Le spiegazione di quest’infanzia prolungata dipende dal vivere le trasformazioni psicologiche naturali dell’adolescenza, le persone affette dalla sindrome di Peter Pan passano direttamente dall’infanzia all’età adulta senza passare per la fase adolescenziale. “Esistono due ipotesi teoriche” spiega Alain Meunier “O durante l’infanzia vivono un trauma che impedisce loro di crescere e di progredire, oppure, per una ragione o per un’altra, si ritrovano privati della loro adolescenza”. Le due grandi scoperte dell’adolescenza sono la durata e la morte”, spiega Alain Meunier. “Come i bambini, i Peter Pan hanno spesso problemi con il tempo”, costata lo psichiatra. Per eseguire un compito, impiegano troppo tempo oppure non abbastanza. Hanno spesso problemi di procrastinazione, rimandando all’indomani o addirittura all’ultimo minuto ciò che potrebbero fare il giorno stesso.Le persone affette da questa sindrome si rivelano generalmente dei veri solitari, che non si sentono veramente bene se non sotto una campana di vetro, nel loro mondo immaginario. Hanno difficoltà a prender in mano il loro destino, inorridiscono dinanzi agli imprevisti, le sorprese, gli obblighi, con una tendenza a restare dipendenti dai genitori. Sul piano lavorativo, i Peter Pan per mancanza d’impegno personale possono patire situazioni di sottoimpiego, nonostante il loro livello di studi spesso elevato. A volte soffrono anche di disturbi sessuali, come il vaginismo, l’eiaculazione precoce, l’impotenza… Ma non è una fatalità. La maggior parte dei Peter Pan non riconoscono questo tipo di problemi. Se hanno dei rapporti, è perché le loro funzioni sono in stato di funzionamento. Tuttavia, siccome non introducono alcun sentimento nella loro sessualità, questa non si rivela realmente appagante. Nonostante tutto, le persone affette da sindrome di Peter Pan non vivono ai margini della società. Il loro modo di vivere non gli impedisce di condurre una vita apparentemente “normale”. Sono spesso sposati, hanno figli, un lavoro, degli amici e una vita sociale
 

Che cosa vorrebbero? Diventare invisibili, confondersi nella massa, mimetizzarsi col paesaggio per vivere nel loro mondo interiore, personale e immaginario. Di conseguenza, le loro relazioni con gli altri possono essere prive di consistenza, di coinvolgimento personale, con tendenza all’immaturità.

https://avallonefabiana.wordpress.com/2011/10/09/la-famiglia-con-i-bambini/

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Oggi, la balbuzie colpisce con frequenza maggiore i figli dei balbuzienti e il sesso maschile, con un rapporto di 1:4 rispetto a quello femminile. Nella maggior parte dei casi si tratta di una disfluenza tipica dell’età che regredisce spontaneamente, ovvero per il bambino che sta imparando a parlare è normale inciampare nelle parole, esitare e ripetere le sillabe, fa parte del processo di apprendimento del linguaggio. Soltanto l’1% della popolazione adulta soffre di vera balbuzie, la cui sintomatologia prevede anche tremori, sforzo e tensioni muscolari a livello delle narici, del collo, del torace, alterazioni dell’intensità e del tono della voce, alterazioni del respiro. Negli altri casi un adulto balbetta, ovvero parla esitando e ripetendo sillabe, solo quando si sente nervoso o emozionato. Rispetto alle cause che scatenano la balbuzie, molti ricercatori sostengono che è l’intrecciarsi di fattori neurofisiologici, psicologici, genetici, e ambientali, a determinare tale disturbo del linguaggio. Quando il disagio, la sofferenza, la tensione e l’ansia non sono condizioni momentanee, ma perdurano nel tempo, compromettendo il normale funzionamento sociale, è urgente un intervento terapeutico.
L’individuo può decidere, pertanto, di sottoporre il proprio malessere all’attenzione di un esperto.

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