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Archive for febbraio 2012

…mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell’animo nostro. * Epicuro

  da Lettera sulla felicità, Epicuro: “poi abituati a pensare che la morte non costituisca nulla per noi, giacché il godere e il soffrire sono entrambi nel sentire, e la morte altra non è che la sua assenza. L’esatta coscienza che la morte non significa nulla per noi, rende godibile la mortalità della vita, senza l’inganno del tempo infinito che è indotto dal desiderio dell’immortalità. Non esiste nulla di terribile nella vita per chi davvero sappia che nulla c’è da temere nel non vivere più. Perciò è sciocco chi sostiene di avere paura della morte, non tanto perché il suo arrivo lo farà soffrire, ma poiché lo affligge la sua continua attesa”. L’analisi di questo concetto è assai empirica e peculiare al dispiacere di non vivere e al non temere di non esistere più; il concetto di morte assume una concezione di vita terrena superiore allo standard che la dottrina contemporanea intende. L’analisi della vita e della morte è direttamente proporzionale al desiderio naturale, doveroso e basilare per perseguire uno stato felice; è imprescindibile per il benessere fisico e per l’elogio della nostra vita. Comprendere i nostri desideri più intrinseci ci riconduce alla scelta o al rifiuto del vigore del corpo e dunque alla serenità dell’animo giungendo alla felicità dell’uomo; è a quest’ultimo stato che noi esseri umani indirizziamo ogni nostra azione, al fine di allontanarci dalla sofferenza e dall’ansia. Il piacere è principio e fine della vita felice se riconosciuto come bene primario e congenito; è a esso che l’essere s’ispira per compire le scelte o sottrarsi a situazioni ed emozioni; l’uomo antepone ogni bene sul sentimento del piacere e del dolore. Talvolta è importante individuare e tralasciare godimenti che possono recare più male che bene e saper giudicare alcuni patimenti preferibili ai piaceri stessi perché dopo averli sostenuti a lungo può nutrire un grande piacere. Il bene non è da confondere con il piacere non deve essere inteso come elementare godimento, al contrario il piacere deve essere letto in chiave di protezione del corpo per non soffrire e quindi abnegare la serenità d’animo.

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Intesa come dottrina può essere un sinonimo di saggezza di vita; bisogna cercare di vivere il più felicemente possibile non pretendendo né un atteggiamento stoico poiché l’uomo è troppo colmo di volontà né un agire machiavellico perché la gratificazione non perviene a spese altrui. L’eudemonica occuperebbe un ambito interposto, insegna come si può vivere il più lietamente possibile senza colossali rinunce e sforzi per vincere se stessi e senza considerare l’altro solo per giungere ai propri scopi. Una felicità compiuta e positiva è impossibile, mentre ciò che converrebbe bramare è uno stato relativamente esiguamente doloroso.
L’eudemonica si fraziona in due parti:
1.    Analizzare e riflettere sul comportamento verso noi stessi.
2.    Analizzare e riflettere sul comportamento verso gli altri.
Prima di queste osservazioni, è fondamentale definire in che cosa dovrebbe consistere la felicità umana circoscritta come possibile e che cosa è imprescindibile per raggiungerla. Arthur  Schopenhauer in primo luogo asserisce che l’eudemonologia, esposta in cinquanta massime, ha la prerogativa di scorgere la serenità umana, di emergere il temperamento felice, stabilire la capacità di soffrire e di gioire; in secondo luogo è considerevole la salute del corpo, che è strettamente vincolata dal temperamento, è ne è quasi la condizione imprescindibile; in terzo luogo la quiete dello spirito e in ultimo i beni esteriori in misura assai limitata. *Epicuro suddivide i beni in:
1) naturali e necessari,
2) naturali, ma non necessari,
3) né naturali né necessari.
Nota: Chi è sereno ha sempre motivo di esserlo, che è appunto il fatto di essere sereno* a cura di Franco Volpi.
Nota: Niente più della serenità è sicuro della propria ricompensa, poiché nel suo caso ricompensa e azione fa tutt’uno* Schopenhauer.

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Soffice e coprente cade armoniosa e delicata innevando il paesaggio urbano.
Diffonde serafiche utopie di evoluzione e confida nella bontà dell’animo umano.
La nitidezza del biancastro spalanca anche i cuori più avversi a piaceri emotivi con vigoroso pregio!
Com’è possibile che, un evento di precipitazione atmosferica nella forma di acqua ghiacciata cristallina che consiste in una moltitudine di minuscoli cristalli di ghiaccio tutti aventi di base una simmetria esagonale e spesso anche una geometria frattale, ma ognuno di tipo diverso e spesso aggregati tra loro in maniera casuale a formare fiocchi di neve sia dispoticamente incline alla sensibilità antropica?
Il suo dono disordina la routine e sconfina nell’immaginario ambito e velato nello spirito umano.
Nell’ideale umano vivere una favola con un soave paesaggio immacolato evoca virtù e ideali tendenzialmente proverbiali; ma gli stessi trovano vivacità e risolutezza nella genesi dell’uomo italico che discende dall’immagine del calduccio del focolare circondato da un ambiente innevato vicino alla persona amata condividendo un robusto calice di vino rosso!

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