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Archive for giugno 2012

La perversione (dal latino perversum, stravolto) è un atteggiamento deviato che si realizza nell’ideazione e perseguimento di comportamenti distorti rispetto al senso comune. Questo termine, dunque, è utilizzato per quei comportamenti che si oppongono all’ortodossia e alla normalità. In passato questo vocabolo era utilizzato soprattutto in ambito religioso per descrivere un’eresia, cioè quel modo di pensare che si opponeva alla comune visione del mondo. Ora, tuttavia, questo termine è utilizzato in massima parte nell’ambito della sessualità, e si lega al concetto di parafilia. Secondo Sigmund Freud la perversione è la propensione al puro godimento, liberando questo termine dalla sua accezione puramente negativa. Nella lingua francese il termine perversione è tradotto con due parole dal significato differente: “Perversion”, che indica la perversione a sfondo sessuale e, secondo i casi, non ha un significato pregiudizialmente negativo; “perversité”, che al contrario indica un atteggiamento o atti notevolmente negativi non necessariamente legati alla sfera sessuale. Solitamente perversione è utilizzata come sinonimo di devianza, anche se essa si differenzia perché si riferisce a una violazione delle norme sociali riconosciute A, causa della differenza tra le varie culture del concetto di “normalità”, questo termine può riferirsi a situazioni e comportamenti diversi secondo la cultura di provenienza. Secondo alcuni psicologi c’è perversione quando un atteggiamento o un comportamento sono volti esclusivamente a fare del male a qualcuno: perverso è chi trovandosi in una situazione di superiorità approfitta del suo status per infliggere umiliazioni al più debole. Perverso è chi approfitta della debolezza dell’altro per farlo intenzionalmente soffrire. Ribaltando il concetto perverso è chi, in situazione di debolezza ed essendo oggetto di umiliazione o violenza, ne gode. Estendendo il concetto, perverso è chi accetta una situazione perversa senza intervenire, potendo farlo e senza che questo gli procuri un danno o di chi l’accetta su se stesso non riconoscendone gli effetti negativi, anzi pensando di esserne esente. Molti casi di atteggiamenti o azioni perverse sono solitamente condannati dalla legge: è il caso ad esempio del “bullismo”, del “nonnismo”, dello “stalking”, della “violenza sessuale” in tutte le sue forme, della “violazione della privacy”, del “mobbing”. La gravità è proporzionale alla misura, intesa come intensità, frequenza, dal numero delle persone coinvolte e dal fatto che la vittima non riceva aiuti in merito, primo fra tutti il riconoscimento a lui o lei dell’abuso perpetrato nei suoi riguardi. Molto spesso atteggiamenti perversi non sono riconosciuti, legalmente o no, perché la vittima non riesce a esprimere adeguatamente quanto, gli sta accadendo, anche perché spesso incolpa, se stessa di quanto gli sta accadendo oppure perché essere oggetto di una perversione il più delle volte, provoca disturbi psichici, quali perdita dell’autostima, depressione, fino a disturbi più gravi che talvolta possono portare al suicidio. Le vittime di abusi di questo tipo possono avere la vita distrutta e condizionata in modo indelebile, in particolare quando non è mai riconosciuto loro che sono state vittime di un abuso e che sono loro a essere nel giusto. Il risarcimento, sotto forma di verità, in particolare se riconosciuta da chi ha commesso l’abuso, è un primo passo verso la loro guarigione. La condanna di chi ha perpetrato l’abuso e il risarcimento conseguente nei riguardi della vittima, è un’altra compensazione al danno subito, sia in termini fisici sia psicologici. Ci sono casi estremi di perversione che hanno coinvolto società intere, quali il nazismo o lo stalinismo: Auschwitz o i Gulag ne erano la loro manifestazione evidente. Storicamente, ad esempio, la “santa inquisizione”, a dimostrazione che la perversione si può nascondere ovunque. Anche oggi ci sono esempi estremi simili, quali i casi di tortura che ogni giorno sono scoperti in qualsiasi altra parte del mondo. La perversione comunque si manifesta in situazioni in cui c’è un evidente uso del potere in senso distruttivo: il più forte tende a distruggere il più debole e prova piacere in questo o non prova nessun sentimento né senso di colpa, in particolare quando tale atteggiamento è condiviso da altre persone se non addirittura da società intere (fascismo e simili), atteggiamento condannato non solo dalle leggi degli stati democratici, ma anche da quelle dell’etica, della morale e religiose. Ci sono casi in cui le pulsioni perverse sono controllate tramite il gioco: in questo caso soggetti adulti e consenzienti mettono in atto giochi che simulano situazioni in parte realistiche in cui sono espresse le loro perversioni. Tali situazioni sono quasi accettate secondo le culture: le culture considerate più evolute e tolleranti accettano tali giochi nel privato poiché solitamente non nocive al comportamento sociale. Oppure tramite lo sport. Anche le arti spesso sono state usate per trasmettere questo tipo di pulsioni in modo non lesivo. Molto più cospicui sono gli studi più recenti sulla correlazione fra perversione, devianza, traumi, autolesionismo, attaccamento e abusi. Dalla letteratura psicologica e psichiatrica si evince come, di là dai complessi profili psicologici degli interessati e delle motivazioni profonde che li possono condurre alla perversione, queste pratiche sono più spesso frequenti in soggetti di tipo borderline. Una delle cause emotive ricorrenti è il senso di colpa.

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E’ infatti felice il peccato che ha meritato un così grande Salvatore, il peccato accettato e non sfuggito o giustificato, secondo l’inganno del mondo. E’ felice il peccato perchè la morte che ne segue, in Cristo risorto, diviene fonte di vita!
Nulla è perduto nella vita di un uomo, a condizione che non si butti proprio quello che ci trafigge l’anima e, solo, ci può sospingere ad alzare lo sguardo all’unico grande Redentore. E’ proprio in questa sofferenza che il peccato si tramuta in “felix culpa”. Nella sofferenza che rivela la verità, la ferita inferta dal nemico sul cuore e sulla mente. E’ il dolore del figlio prodigo che ritorna in sè quando si vede rifiutato persino il cibo dei porci, lui che in casa di suo padre aveva tutto. La sofferenza di non poter ricevere il sacramento è il cammino di ritorno a casa che la FEDE*offre ai peccatori, proprio questa sofferenza è un dono che afferma e difende, dinanzi alla menzogna che seduce il mondo, la Verità sull’amore e la stabilità. Questa sofferenza è come il rovescio di una stessa medaglia, che afferma, per “via negativa”, la grandezza, la bellezza e la pienezza della condivisione indissolubile: il lato sofferente di chi ha perduto il credo rivela il lato luminoso di chi, per Grazia, la conserva e ne sperimenta il compimento. Per questo la sofferenza non è solo un tormento fisico e psichico, ma è anche un soffrire nella comunità per i grandi valori della nostra fede. Accettare le conseguenze di tali scelte, nell’umiltà che schiude all’autenticità e alla drammatica serietà dell’esistenza, significa “trovare la possibilità di vivere una vita di fede”; accettare la “mancanza” per cercare e desiderare la “pienezza” che ci precludiamo. La società non é una porta spalancata verso tutti, priva di giudizi e falsi moralismi, e che non ceda alle lusinghe mondane, al compromesso facile che, credendo di lenire il dolore, lo anestetizza rendendolo più acuto al risveglio nella realtà. Tutto questo abbassa l’asticella annacquando la Verità; e questo accade perché l’uomo ha smarrito l’amore vero, che proprio annunciando la verità si fa carico delle conseguenze della menzogna. Che l’essere si getti sulle strade del mondo a cercare, accogliere e accompagnare l’infinita schiera di concetti perduti nel pensiero unico e demoniaco che avvelena il mondo.

* Fede:
Secondo il Nuovo Testamento Il significato principale della parola “fede” (traduzione dal greco πιστις, pi´stis), si riferisce a colui che ha fiducia, che confida, che si affida, la cui persuasione è salda. La parola greca può anche essere intesa nel senso di “fedeltà”
Dante traduce fedelmente, il passo citato, nel Paradiso della “Divina Commedia”, dal testo della Vulgata :

« Fede è sustanza di cose sperate /e argomento de le non parventi; /e questa pare a me sua quiditate. »
(Par., XXIV, 64-66.)

La parola fede è propriamente intesa come il credere in concetti, dogmi o assunti in base alla sola convinzione personale o alla sola autorità di chi ha enunciato tali concetti o assunti, al di là dell’esistenza o meno di prove pro o contro tali idee e affermazioni… La critica del razionalismo è che una siffatta fede sia irrazionale. Secondo questa prospettiva, la credenza andrebbe limitata a ciò che è sostenibile tramite la logica, oppure all’evidenza dei fatti.

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