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Archive for the ‘LEZIONI DI MEDIAZIONE’ Category

Prima di scegliere bisognerebbe capire perché si predilige un partner…

…I single potrebbero sostenere che loro non lo prepongono perché non ne hanno bisogno o non l’hanno mai trovato, altri potrebbero sostenere che vi hanno rinunciato o che hanno scelto un interlocutore spirituale, come i sacerdoti cattolici. Limitandoci alla cultura occidentale, vi è una tendenza generale alla preferenza di un partner, indipendentemente dalla forma e dalla durata del legame che ne consegue: anche nelle relazioni più “libere” la scelta è operata, almeno in parte, in conformità a una serie di elementi complessi che la condizionano. Molti sostengono di non aver necessità o di non aver mai sentito l’obbligo di un partner, ma questi, spesso non si rendono conto che in realtà non è una mancanza di bisogno, ma di una rinuncia condizionata.  La scelta del partener è fondata su svariati motivi, alcuni di carattere utilitaristico, come un vantaggio economico o organizzativo oppure sotto una pressione sociale. Si ritiene dunque, che i motivi siano però legati ad alcuni bisogni fondamentali dell’uomo che si esprimono attraverso i suoi sistemi motivazionali, in particolare quello dell’attaccamento- accudimento e quello sessuale. Questi bisogni, si collocano all’interno di una serie di automatismi volti al mantenimento della specie e alla creazione, che garantiscono la sicurezza dei suoi membri durante lo sviluppo. Il primo è legato alla ricerca di sicurezza e al bisogno complementare che ne deriva, di provvedere all’accudimento delle persone molto deboli. L’esigenza di sicurezza si manifesta con più evidenza nelle relazioni in cui, per la presenza di gravi difficoltà di rapporto, vi è una minaccia concreta di separazione. Molto spesso in queste situazioni il collante principale del legame sembra essere la paura della solitudine e l’angoscia di essere privi di una figura di riferimento alla quale ricorrere in caso di bisogno. Il secondo è legato alla conservazione della specie attraverso la funzione riproduttiva, fine originale dell’attività sessuale. La riuscita di molti matrimoni è subordinata alla possibilità di procreare; in queste coppie sembra esservi un patto implicito (la sopravvivenza del legame sembra dipendere solo dalla soddisfazione della richiesta di paternità o maternità). In conclusione sia per quanto riguarda l’esigenza di sicurezza e sia per una progettualità procreativa all’interno della relazione, il requisito fondamentale è l’esistenza di una fiducia base nei confronti della persona con la quale è stabilita la relazione; diviene importante la qualità del legame che si è creato con chi originariamente si è preso cura di noi. Si può dire che quanto più è stata soddisfacente la relazione originaria, tanto più si potrà sviluppare un atteggiamento di fiducia nei confronti delle nuove relazioni; quanto più è stata ambivalente, ambigua e scarsamente soddisfacente riguardo ai bisogni personali fondamentali, tanto più si osservano comportamenti forvianti, disorientanti ed evitanti da parte di chi ha avuto questo tipo di esperienza.

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1.Aspetti psicosociali della fase: il mutamento culturale del significato del figlio

Il figlio come scelta

Si è visto come il calo demografico sia l’elemento rilevante nelle trasformazioni della famiglia in ambito Occidentale, in particolare nel nostro Paese. La diminuzione numerica dei figli non vuol dire però calo d’interesse e d’investimento nei confronti del bambino al contrario culturalmente l’enfasi sul figlio pare, nei secoli e nei decenni aumentare. Molto sinteticamente possiamo dire che assistiamo, dall’Ottocento fino a metà del Novecento, alla nascita e all’espansione della famiglia nucleare borghese puerocentrica. Questa è definita puerocentrica nel senso che investe fortemente sui figli, visti come strumento e molla di quella riuscita familiare che è stata la base dell’economia capitalistica.  Adesso tale dinastia privatizzata è trascorsa e sostituita con un nuovo tipo di puerocentrismo, che presenta sempre più chiaramente aspetti di ripiegamento narcisistico: il figlio è sempre più una forma dì realizzazione dell’adulto.  L’attuale atteggiamento culturale ha definito un puerocentrismo presuntuoso ed è rinforzato da un elemento chiave che ha segnato la transizione alla genitorialità negli ultimi decenni: la scelta. La nascita di un bimbo è divenuta, infatti, a differenza del passato, un avvenimento scelto. La procreazione non rappresenta più un destino biologico, ma è il risultato di una scelta, nella maggior parte dei casi condivisa, di un desiderio di autorealizzazione d’entrambi i membri della coppia. Per secoli la nascita dei figli è stata vissuta come un accadimento naturale di cui poco si sapeva e che non si poteva programmare, la possibilità di scegliere non solo di avere figli, ma anche di decidere quando averne, appare come un fatto assolutamente nuovo e decisivo sulla scelta della nostra realtà sociale, ove il dilemma di divenire genitori rappresenta il fondamentale rito dì passaggio all’età adulta. Ora che lo sviluppo tecnico ha reso, nella civiltà occidentale, la vita molto più comoda a tutti, e il pericolo esterno tende a essere concepito come nullo, il bambino, da subito, dal suo concepimento, è rappresentato come un bene duraturo, su cui fare affidamento. Un figlio voluto è, così, spesso caricato di notevoli attese. I genitori investono molto, forse troppo, nei pochi eredi che mettono al mondo, e ciò può costituire per le nuove generazioni una difficoltà, poiché sente di dover corrispondere a una profonda immagine di sé. Nella società contemporanea, dunque, il figlio diviene facilmente soggetto di diritti, poiché oggetto di preoccupazione altrui. Il bambino/figlio rischiano così di perdere le loro dimensioni di soggetti desideranti e di diventare un contenitore delle difficoltà dei genitori o una forma di realizzazione di questi ultimi, uno schermo di proiezione delle loro aspirazioni, com’è evidente negli atteggiamenti di quegli adulti che fanno della riuscita dei figli un banco di prova della loro capacità genitoriale. In altre parole, la diminuzione delle nascite e il loro carattere di avvenimento scelto portano con sé una sorta di concentrato emozionale nella relazione genitori-figli che, spesso è rilevante e tende a sbilanciare la dinamica familiare in un’impasse irrisolta tra affetto e legge, in un disequilibrio tra aspetti materni e paterni. Sono questi i paradigmi estremi di una procreazione all’insegna del controllo. La recente diffusione delle tecniche di procreazione assistita, sembra aver originato un arduo mutamento di senso nella dimensione antropologica e sociale della genitorialità: in effetti, l’attuazione di alcune procedure che richiedono l’intervento di gameti maschili o femminili, opera una scissione tra genitorialità biologica e genitorialità sociale e educativa, dando luogo a un’inevitabile moltiplicazione e frammentazione delle figure parentali; si assiste oggi al rifiuto del figlio e alla rinuncia volontaria ad avere figli. Le motivazioni ad abortire più note sono ad esempio difficoltà economiche, problemi di salute, la stretta connessione esistente tra la qualità del rapporto di coppia e il proposito abortivo, la problematicità o lo stato di conflitto della relazione interpersonale, oppure, il timore di alterare in qualche modo i rapporti con il partner dopo la nascita di un figlio. La transizione alla non-parenthood avviene in modo quasi inconsapevole, in seguito a un gioco di rinvii, nell’attesa di una situazione personale o di coppia più adeguata, sino a che si prenda atto di non aver avuto figli. In genere, questo meccanismo si basa sulla progressiva organizzazione di uno stile di vita adult-centered, realizzabile solo in assenza di figli, e sul fatto di porre in alternativa funzioni e fattori che pure potrebbero coesistere: maternità o carriera, figli o disponibilità finanziarie, sacrificio o realizzazione personale.

Il comportamento generativo tra costi familiari e benefici collettivi

La società odierna concepisce la reciprocità familiare annessa all’area degli affetti e la reciprocità economica è trasferita nello scambio generazionale sociale. Nella società premoderna e moderna il figlio era un costo ma tale costo rientrava in famiglia, perché il bambino diventato adulto era anche la principale fonte di sostentamento delle generazioni anziane. Sgritta sostiene che non sono più i figli che provvedono al mantenimento dei genitori, piuttosto, tramite il meccanismo delle pensioni, le generazioni riproduttive che sono in età lavorativa, i giovani e gli adulti, i quali s’impegnano a sostenere le generazioni improduttive, gli anziani e i vecchi; generici giovani e adulti delle generazioni successive che pagano i costi della sicurezza sociale di generici anziani e vecchi delle generazioni precedenti. Il bambino nella società attuale è fondamentalmente un costo che, per essere sostenuto, ha bisogno di un’elevata motivazione affettiva. Coleman sostiene che quando gli individui di una generazione non dipendono più, finanziariamente, dal successo o dal fallimento dei propri figli, una delle conseguenze possibili è la mancanza d’interesse degli adulti ad allevare i figli: a tale passione si sostituisce l’interesse dell’individuo per il proprio futuro o il valore della coppia per il proprio benessere.  Il declino delle nascite non è tanto prodotto di una selfish generation: esso è largamente frutto di un’indifferenza strutturale della società nei confronti delle famiglie e di un’asimmetrica ripartizione tra costi privati e benefici collettivi. In questa situazione gli elementi si self-interest prende il sopravvento e, a livello di motivazione psicologica individuale, si registra un innalzamento delle motivazioni autocentrate; sono almeno in parte il frutto di una non equilibrata dialettica tra scambio sociale e scambio familiare. In questo quadro l’elemento di scelta procreativa che, a livello soggettivo, è stato vissuto come aumento di responsabilizzazione, a livello sociale ha avuto l’effetto di rendere la generatività, è considerato un fatto privato. Con ciò si è impedito che esso assumesse il rilievo di un problema comune e da condividere; la società si è totalmente deresponsabilizzata e non ha cercato di garantire l’equilibrio tra le generazioni. Il legame intergenerazionale è familiare e sociale al tempo stesso, e se non se ne vedono i nodi, gli adulti diventano ciechi e non più in grado di proteggere la propria funzione riproduttiva.

2.Compiti di sviluppo coniugali e intergenerazionali: dalla diade alla triade

Il figlio irrompe nella coppia e vincola in maniera indelebile il legame genitoriale che si viene a costituire. Il legame genitore- figlio è per sempre: si può mettere fine a qualsiasi rapporto tranne che all’essere genitori. Passare dall’essere solo coniugi a essere anche genitori è perciò una transizione chiave(McGoldrick, Heiman e Carter). Con il passaggio alla fase genitoriale, la famiglia si trasforma in una triade, che assume, per la prima volta, l’immagine di un sistema permanente. Con la nascita del primo figlio, la storia familiare si arricchisce della presenza di una terza generazione. Occorre riflettere sulla portata intergenerazionale di questo evento. La nascita di un figlio, infatti, si può definire l’evento critico per eccellenza perché, provocando l’entrata in scena di una nuova generazione, obbliga a una ridefinizione delle relazioni familiari e a una conseguente nuova distribuzione dei ruoli.

Evento critico Compiti di sviluppo coniugali e intergenerazionali
Relazione coniugale: accomodare la relazione di coppia con l’inclusione degli aspetti genitoriali(ridefinizione dei confini)Relazione genitoriale: salire di una generazione prendendosi cura della generazione più giovane(assumere il ruolo generazionale) cura del figlio come elemento di dialogo intergenerazionale

Relazione filiale: superare la barriera gerarchica con i genitori (comunanza di ruolo) ristrutturare le relazioni con la famiglia d’origine attraverso il comune ruolo genitoriale

 Nascita dei figli

Situazione sociale:

accomodare i tempi del lavoro con quelli della famiglia

La coppia si trova innanzitutto a gestire quello che si può definire il compito fondamentale richiesto in questa fase del ciclo di vita, e che McGoldrick, Heimen e Carter indicano come il salire di una generazione prendendosi cura della generazione più giovane. La difficoltà che si riscontra a questo livello, quando è marcata, denuncia l’incapacità dell’adulto di accettare il confine gerarchico tra sé e i propri figli. I neogenitori non riescono ad attuare questo salto generazionale, che è molto più di una nuova assunzione di ruolo, ma è l’acquisizione di una nuova relazione. Essa ha un’incidenza cruciale nella definizione della propria identità, che acquisisca nuovi e importanti connotati. L’accettazione di una nuova generazione significa inoltre che il sistema familiare deve saper tollerare le modifiche, anche strutturali, che ne conseguono. Ogni figlio successivo al primo provocherà quindi ulteriori consistenti mutamenti alla struttura del sistema e aggiungerà ai compiti evolutivi fondamentali la gestione della relazione fraterna. Hinde e Stevenson- Hinde hanno schematizzato le fasi e i cambiamenti del sistema familiare che si presentano nei primi due anni dopo la nascita di un secondo figlio:

Età del secondo figlio Fasi dello sviluppo familiare Cambiamenti strutturali del sistema familiare Compiti della famiglia
0-8 mesi Integrazione del nuovo membro Sistema triadico con nuovo membro Introduzione di un nuovo membro nella famiglia distribuzione dell’attenzioneCoinvolgimento del padre

Mantenere la relazione coniugale

9-16 mesi Raggiungere un nuovo equilibrio Negoziare le posizioni Trasmissione delle regole sociali Stabilire le sanzioni per la trasgressione delle regoleFar apprendere il linguaggio

Far fronte alla rivalità tra fratelli

17-24 mesi Differenziazione delle generazioni Due sottoinsiemi Stabilire il sistema genitoriale e quel fraterno Sviluppare relazioni individuali tra ciascuno dei genitori ed entrambi i figliAffermare gli interessi individuali dei genitori e armonizzare gli interessi dei genitori con quella dei figli

Da questa nuova posizione gerarchica i neogenitori svolgeranno quella funzione di continua copertura di cui il bambino piccolo ha bisogno. Due sono gli aspetti fondamentali di questa copertura: fornire affetto e dare contenimento e direzione alla crescita attraverso il rispetto della legge, e con essa delle norme. In altri termini, vanno garantiti gli aspetti protettivi tipici del codice materno e gli aspetti emancipativi del codice paterno. L’affetto permette al bambino di assimilare vitalità, calore, fiducia, stima; la legge di acquisire il senso di cosa è bene e ciò che è male, lo pone di fronte al limite aiutandolo a riconoscere la realtà esterna, fisica e sociale, con cui deve fare i conti e nella quale deve inserirsi e dare il suo costruttivo contributo. Nella cultura contemporanea sono presenti diverse norme di relazione in cui si osserva una sproporzione tra affetto e legge. Nelle relazioni caratterizzate da iperprotettività, il polo dell’affetto lascia in realtà il bambino in balia dei sentimenti degli adulti, invasivi, ambivalenti e spesso imprevedibili. All’ipertrofia dell’affetto senza legge si contrappone purtroppo, ancora molto spesso, l’ipertrofia della legge senza affetto. Tra genitore e figlio s’instaurerebbe cioè, già dalla nascita del figlio, un dialogo reciproco basato sia sulla sincronizzazione dei comportamenti, sia sulla sintonizzazione degli affetti. L’affidabilità dei legami (Gossmann, 1993) è una variabile cruciale dello sviluppo e dell’acquisizione dell’identità. La nascita dei figli, non ha a che vedere solo con l’adulto poiché genitore, ma ha anche notevoli effetti sulla relazione coniugale. La capacità di distinguersi diventa, infatti, fondamentale quando è necessario fare spazio a una terza presenza che ha diritto a occupare un posto e non può limitarsi a riempire un vuoto o a soddisfare unicamente un’esigenza del genitore. Quando i coniugi non sono in grado di costruire una solida alleanza tra loro, assistiamo a fenomeni quali la triangolazione, descritta, tra gli altri come triangolo perverso nel quale si attua un’alleanza di un coniuge con un figlio contro l’altro coniuge. La ricerca empirica ha affrontato il rapporto tra la relazione coniugale e la relazione genitoriale. Sotto l’azione del paradigma sistemico si sono ipotizzate connessioni tra i due sottoinsiemi nel senso di una loro coerenza: genitori che vivono il rapporto coniugale in modo soddisfacente sono in grado di garantire ai loro figli un clima positivo e favoriscono la loro crescita sociale. Si è così visto che la relazione coniugale influenza di più la relazione padre-bambino rispetto a madre-bambino. L’equilibrio tra le due organizzazioni, coniugale e genitoriale, è molto delicato. Per quanto riguarda i compiti che competono ai due neogenitori poiché figli, possiamo innanzitutto osservare che, dopo la formazione della coppia, evento critico nascita e allevamento dei figli rappresenta il secondo potente elemento di modificazione e di sviluppo anche in relazioni tra le due generazioni, nella direzione di una parificazione e di avvicinamento psicologico perseguiti grazie al comune ruolo genitoriale e a una migliore regolazione della reciproca distanza (Blieszner e Mancini, 1987). Questa capacità di superare la barriera gerarchica intergenerazionale, riconoscendo l’uomo e la donna che sta dietro ai ruoli del proprio padre e della propria madre, garantisce alla coppia la possibilità di ristrutturare le relazioni con le famiglie d’origine e, attraverso una partecipata comprensione della generazione anziana, di fare esperienza della cura della riconoscenza. Il compito delle generazioni anziane è quello di sostenere i figli a distanza nel loro nuovo ruolo e di partecipare alla vita dei nipoti assumendosi la nuova identità di nonni. Tale posizione di sostegno a distanza deve evitare di divenire invadente o disinteressato, i nonni devono spostarsi indietro di una posizione (must shift to back seat) permettendo ai loro figli di divenire le autorità parentali centrali.

3. I temi della ricerca:

Pochi sono invece gli studi che osservano la triade e la tetrade come un insieme o che esaminano sottoinsiemi connessi, e ciò è da imputare alla comprensione familiare e ai problemi metodologici che insorgono tutte le volte che si va di là dall’individuo e della diade. Bisogna considerare le problematiche più ricorrenti concernenti gli effetti della nascita di un bambino sulla relazione coniugale, sull’organizzazione dei ruoli parentali e sulla costruzione di un nuovo equilibrio con l’ambiente esterno, espresso principalmente dal tema del lavoro extradomestico.

Soddisfazione coniugale e aspettative di ruolo:

Le ricerche esemplificano l’effetto positivo della presenza di un nuovo nato soprattutto in termini di benefici emotivi quali l’arricchimento che la famiglia ne trae, lo sviluppo del sé e del processo d’identità dei genitori, l’aumento della coesione familiare. Si può osservare come la nascita di un figlio implichi anche notevoli vincoli e difficoltà. L’accresciuta responsabilità per una nuova vita, a lungo dipendente dai genitori, crea spesso problemi alla coppia genitoriale e favorisce anche l’aumento di tensioni relazionali tra marito e moglie. Gli effetti della nascita dei figli, sulla qualità della relazione coniugale sono stati studiati empiricamente per quanto riguarda la soddisfazione coniugale. Hanno rilevato una diminuzione progressiva della soddisfazione coniugale, soprattutto per la donna, imputabile a uno spostamento dell’asse affettivo- relazionale dal coniuge al figlio, nonché l’aumento di stato conflittuale della coppia. Molte di queste ricerche hanno prestato attenzione ai processi socio cognitivi, correlando la capacità di far fronte alla transizione con un circa accentuato conflitto tra le aspettative e le credenze coltivate prima dell’arrivo del figlio e l’esperienza successiva. Questo confronto tra aspettative ed esperienza effettiva ha consentito una rilettura anche dei numerosi cambiamenti di tipo organizzativo che la coppia si trova ad affrontare. È opportuno ricordare, che una parte considerevole dei vincoli che la nascita di un bambino pone, riguardano appunto, la sfera della gestione concreta del tempo e dei mutamenti organizzativi che tale evento comporta; esempio: la fatica fisica richiesta dai genitori, la mancanza di tempo per se stessi, le restrizioni nell’ambito casalingo, sociale e ricreativo. Una peculiarità di questa fase è, infatti, quella di essere caratterizzata da aspetti di riorganizzazione domestica ed extradomestica che non si proporranno più con tale urgenza nei successivi passaggi evolutivi familiari. La donna è impegnata su più fronti, quello domestico e quello lavorativo, ed è richiesta una specifica abilità nella gestione dei pressanti impegni conseguenti alla nascita di un figlio.

 

 

Tempo del lavoro e tempo della famiglia:

Entrambi i neogenitori sono chiamati a elaborare modelli di responsabilità condivisa, nonché a riorganizzare il lavoro  domestico rispetto agli impegni lavorativi e al tempo libero: ciò probabilmente è in linea col portato culturale odierno, che insiste sulla pariteticità dei coniugi e si rappresentano i ruoli come relativamente intercambiabili. I differenti pattern interpretativi secondo diversi autori sono:

  1. Afferma che non esiste alcuna intercambiabilità di ruoli tra padre e madre.
  2.  Pone l’accento, la complessità del cambiamento, numerosi padri partecipano attivamente alla cura dei figli, e si osservano differenti livelli di coinvolgimento secondo le differenti situazioni familiari. Per esempio: si assiste a una marcata presenza paterna nelle famiglie ricostituite, mentre nelle situazioni di separazione il padre, il padre appare prevalentemente latitante.

In queste due aree di ricerca, emerge la differenza tra vari livelli di mutamento: di opinione e di atteggiamento da un lato, e di comportamento dall’altro. Il primo è sensibile agli aspetti sociali, ed è più rapido, di comportamento è certamente più complesso perché tocca il livello intergenerazionale dell’identificazione e ha tempi lunghi.

  1. Rilevano come il padre sia maggiormente coinvolto nella cura dei figli se perde il posto di lavoro o se la madre svolge un’attività extradomestica.

Lewis: trae la conclusione che i cambiamenti, nella direzione di una maggiore partecipazione del padre, sono indotti più che da mutamenti culturali, da necessità di tipo socio strutturale “.

Il tempo della famiglia viene sempre più regolato dall’esterno, da un ordine che corrisponde a esigenze sociali non familiari, che considera gli adulti che lavorano indipendentemente dal loro, essere membri responsabili di una famiglia. Il nodo strutturale che andrebbe affrontato è: Armonizzare tempo della famiglia e tempo del lavoro come obiettivo cruciale di politica sociale che alcuni paesi europei stanno cercando di affrontare, uscendo da una sterile logica che confina la famiglia in un inesistente privato. Oggi la regia della difficile composizione tra mondo del lavoro e mondo familiare sembra ricadere sulla donna; la donna si trova non solo a far combaciare il tempo familiare con quello lavorativo, ma anche a mantenere i contatti sociali, in un delicato e complesso lavoro d’intarsio denominato da Balbo: PATCHWORK SYSTEM; la donna, in tale lavoro, è in genere supportata dalla famiglia d’origine soprattutto dalla propria madre. La famiglia estesa avrà perciò un ruolo cruciale, facilitatore o inibitore di sviluppo all’interno di quella rete di sostegno alla quale la famiglia con i bambini piccoli dovrà fare appello per assolvere i suoi compiti evolutivi. La nascita è un evento relazionale che può essere interpretato correttamente solo attraverso una prospettiva familiare che include anche il padre e i fratelli- e intergenerazionale. 

https://avallonefabiana.wordpress.com/2011/11/01/la-sindrome-di-peter-pan/

                    

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Più coppia e meno coniugalità:

Nel corso del tempo la concezione del matrimonio è cambiata, infatti, prima costruiva un’alleanza tra famiglie in seguito ha assunto un successo sociale e ora un’autorealizzazione espressiva personale, diventando un’impresa individuale. La famiglia basata sui legami di sangue e solidarietà nei confronti di tutta la parentela ha perduto forza, al contrario, ha trovato vigore l’unione sentimentale/affettiva della coppia; la fedeltà è dovuta solo al coniuge e non è estesa a tutti i consanguinei. La coppia contemporanea ha più preminenza sulla coniugalità, oggi infatti è diventato un patto fiduciario tra due individui che si scelgono senza testimoni. Al centro della coppia si pongono i consorti e la loro relazione, vivono in spazio totalmente privato svincolato da appartenenze di stirpe e socio-culturali. I partner stabiliscono regole di condotta e negoziano diritti e spazi di azione; amore e passione sono posti all’inizio non come emozioni fugaci e transitorie ma come elementi istituenti il progetto stesso. I fallimenti, cioè la perdita della conoscenza di sé, nascono da un equivoco che determina un cambiamento della personalità. Oggi l’essenza del matrimonio si basa sull’aspetto socio/ istituzionale del vincolo. Questo concetto preclude alla coppia di costruire un ’’Noi’’ attraverso una relazione che risponda al progetto comune e mantenga la responsabilità e l’impegno verso tale pianificazione. Nel rapporto di coppia ognuno dei due protagonisti dovrebbe aver fede e manifestare la sua interiorità confidenziale, ricevere empatia ed dimostrare speranza nella relazione di coppia e nell’unione matrimoniale. È comprensibile che, codeste attese, speranze e richieste elevate possano portare a idealizzare il rapporto di coppia. Questa esaltazione è sinonimo di frustrazione, delusione, disinganno e tradimento che con il tempo portano alla rottura, disunione o divorzio.

Compiti di sviluppo coniugali e intergenerazionali: un equilibrio di lealtà:

Nel ciclo di vita della famiglia, il matrimonio è il primo evento critico forte che impegna la coppia perché i partner diventano coniugi. Attraverso la ‘’costruzione’’ dell’identità nuziale intercorrono la conoscenza della coppia e la formazione effettiva; cominciamo dal fidanzamento per pervenire all’anello di congiunzione matrimoniale. In questo spazio coesiste un salto critico che segna il passaggio dall’innamoramento all’amore attraverso il fenomeno di ‘’disenchantment’’. L’innamoramento è un processo di presunzione di somiglianza che conduce a definire l’altra persona in base alle proprie identificazioni originarie, proiettando su di essa la capacità di soddisfare i propri bisogni. L’amore coniugale è invece una condizione di ‘’togetherness’’, essa consente alla coppia di trarre benefici reciproci e di fondare su di essa l’impegno comune. I due compagni sono forieri oltre che della storia individuale, anche di messaggi provenienti dai sistemi familiari d’origine. Quando parliamo della formazione della coppia, dobbiamo tener presente un sistema trifamiliare composto dalle due genealogie d’origine e dalla neo- coppia, che dovrà formare una terza-nuova famiglia. Possiamo dire che l’obiettivo evolutivo principale è realizzare un equilibrio tra due tipi di lealtà verso la propria famiglia d’origine e verso la nuova famiglia in costruzione. La coppia odierna tende a farsi norma a se stessa rescindendo culturalmente dal riferimento alle generazioni precedenti, quindi l’equilibrio tra i due tipi di lealtà non è diminuito ma ha solo mutato forma. La somiglianza non è l’unico aspetto ad agire nell’incontro, ci sono aspetti d’irriducibile differenza. Il vincolo inconscio è alla base dell’attrattiva che spinge alla scelta del partner riproducendo antichi copioni, ma come pone l’accento Cigoli: la somiglianza non è l’unico aspetto ad agire nell’incontro, ci sono aspetti d’irriducibile differenza. La coppia deve negoziare su basi realistiche i vari problemi che la vita quotidiana pone. Le due persone devono divenire coppia con funzioni, spazi e distanze che rispondono ai loro bisogni d’intimità e di libertà personale; segnando la loro distanza con le famiglie d’origine, ridefinendo i rapporti con esse e toccando nuovi confini. Walsh (1988) sostiene che l’equilibrio tra i coniugi deve basarsi sulla reciprocità a lungo termine facendosi carico di responsabilità diverse. Il rapporto coniugale è rinnovato sui bisogni e sull’opportunità; Froma Walsh esprime che le persone hanno bisogno di tre matrimoni: in giovinezza un amore romantico e appassionato; per allevare i figli un rapporto con responsabilità condivise e più tardi nella vita un rapporto con un compagno con forti capacità affettive e di accudimento reciproco. Piuttosto che nuovi partner, le persone hanno bisogno di TRASFORMARE il contratto relazionale sulle diverse fasi del ciclo di vita. La relazione durante il ciclo di vita deve reiterare l’impegno promuovendone uno nuovo con una novella scambievolezza.

Fattori del successo coniugale:

L’intimità: è il nodo cardine delle relazioni di lunga durata; con l’aumentare del decorso matrimoniale essa sembra diminuire (Rowe e Meredith) o aumentare (Swense, Eskew e Kohlhepp, 1984). Gottman e Lever invece sostengono che l’impegno del matrimonio subisce una trasformazione quando i coniugi apprendono a godere l’uno dell’altro.

L’impegno: il grado d’intimità evidente nei matrimoni felici indica che i coniugi si sentono impegnati non solo verso il matrimonio ma anche verso il partner. L’impegno è quindi la rigenerazione del rapporto sui cambiamenti.

La congruenza: è il processo attraversato dai consorti riguardo alle loro attese matrimoniali.

Stili attribuiti: Lo stile di attribuzione correlato alla soddisfazione coniugale è importante nello studio dei rapporti intimi in ogni fase del ciclo di vita, acquista un peso rilevante nelle situazioni di crisi coniugale, nella fase di formazione della coppia, nell’approfondimento della conoscenza reciproca, nella riduzione dell’ambiguità, nello schema cognitivo della propria relazione e nella norma interattiva attraverso la quale essa si manifesta. Le ricerche che rilevano i pattern attributivi e di soddisfazione coniugale non sono giunte a risultati univoci. Tuttavia le ricerche contemporanee concordano sul fatto che le coppie insoddisfatte e/o felici, a differenza di quelle insoddisfatte, percepiscono il comportamento negativo del partner come determinato da fattori di personalità del coniuge o compagno, stabili nel tempo e controllabili dal soggetto stesso. Il coniuge è ritenuto responsabile dei suoi atti, indipendentemente dal comportamento del convivente. Le ricerche mostrano che in generale sono le attribuzioni circa gli eventi negativi a influenzare in modo casuale la compiacenza ma non viceversa, con evidenti differenze tra uomini e donne. Infatti, sembra che mentre le attribuzioni dei mariti riflettono semplicemente il loro gradimento coniugale, quelle delle mogli influenzino il loro personale appagamento. Notevole importanza rivestono, in questa prospettiva, le attese dei coniugi e la loro disillusione la cui natura varia sulla pienezza coniugale: nelle coppie soddisfatte, solitamente, sono presenti più Bias positivi, ossia conferimenti benevoli per il comportamento del partner che per il proprio, mentre nelle coppie inappagate si assiste alla presenza di Bias negativi, ossia attribuzioni più benevoli a sé che al coniuge.

La comunicazione: significa raggiungere una soluzione piacevole al problema per entrambi, la difficoltà delle coppie è dovuta a un eccesso di fiducia nella loro capacità comunicativa.

L’orientamento religioso: molti studi hanno rilevato un legame espressivo tra religiosità e qualità della relazione matrimoniale (Olson, McCubbin, 1983; Stinnet, 1983; Thomas e Roghaar, 1990), altri hanno considerato il rapporto tra due variabili determinato dalla tendenza a un maggior tradizionalismo presente nelle coppie che si dichiarano religiose. Le evidenze empiriche mettono in luce come aspetti diversi della fede religiosa fossero collegati secondo diverse norme al benessere coniugale. Le due dimensioni più considerevoli sembrano essere vagliate come risorse fondamentali, richiamandosi direttamente ai registri del supporto sociale e spirituale.

Le caratteristiche spirituali del partner: è stato mostrato come i legami di uomini con stile di attaccamento evitante e donne con stile di devozione ansiosa fossero stabili quanto le coppie definite ‘’sicure’’ nonostante le prime avessero ottenuto in fase iniziale un punteggio globale negativo. Le coppie che a posteriori registravano maggior incidenza di rotture erano costituite da uomini ansiosi e donne evitanti, codesto risultato conferma l’assoluta centralità della donna nel processo decisionale di costruzione e rottura della coppia. La teoria dell’attaccamento ipotizza che le donne evitanti sono meno capaci e motivate a mantenere le relazioni e  quindi le loro relazioni si dissolvono perché nessuno s’impegna a farle durare. Le donne ansiose, al contrario, spinte dalla paura dell’abbandono, sono più accomodanti e attive nel mantenere una relazione stabile anche alla presenza di partner con stile evitante.

La scelta del partner: esistono vari studi e teorie, in particolare abbiamo: il similarity model  ipotizza che la scelta avvenga tra individui che si percepiscono come simili tra loro; lo equity model, simile al precedente, focalizza l’attenzione sulla somiglianza nella valutazione dei ruoli sessuali; il poverty model prevede che per molte persone la selezione debba necessariamente avvenire all’interno di una gamma ridotta di possibilità; infine lo idiographic model identifica come cruciali alcune caratteristiche idiosincratiche del partner. Le conclusioni sono interessanti, mettono in luce come non è possibile rintracciare elementi di regolarità nella scelta del partner. Una parziale conferma del similarity model sembra essere evidenziata dai dati di una ricerca basata sulle ipotesi della teoria dell’attaccamento. Collins e Read (1995) hanno verificato se e come le dimensioni dello stile di attaccamento adulto (sicuro, evitante, ansioso/ambivalente) hanno influenzato rispetto alla scelta del partner, evidenziando come i soggetti tendano ad accoppiarsi con partner che condividono le loro idee circa l’intimità e la possibilità di dipendere dagli altri. Tuttavia Collins e Read affermano che le persone cercano un compagno cui il proprio sistema di congiungimento è già pronto a rispondere.

La convivenza: si deve analizzare la diversa caratterizzazione assunta da questo tipo di esperienza nelle diverse situazioni geografiche, sociali e culturali; nella realtà statunitense e nel nord dell’Europa troviamo, infatti, un’immagine di convivenza come vera e propria forma familiare alternativa al matrimonio, un Family status nel quale tuttavia il livello di sicurezza, impegno e responsabilità circa la relazione appare essere bassa (Bumpass, Sweet e Cherlin, 1991). In conseguenza di questo, l’analisi comparata delle principali ricerche degli stati uniti d’America sembra mostrare come la coabitazione sia negativamente correlata alla stabilità matrimoniale successiva valutata in termini di qualità del rapporto, fallimenti o propensione alla separazione.  Bumpass e Sweet (1989) hanno considerato come la proporzione tra separati e divorziati dopo dieci anni di matrimonio fosse superiore di circa un terzo tra chi aveva convissuto rispetto a quanti non avevano attraversato questa fase; questo perché le donne associano un livello d’insoddisfazione coniugale maggiore e un basso livello di comunicazione. In Canada la convivenza assume perlopiù il carattere di banco di prova, fase di transizione verso il legame formalizzato.  White afferma che la convivenza prematrimoniale sembra essere positiva e correlata alla stabilità del rapporto; in altre parole, le probabilità di successo matrimoniale sembrerebbero quindi essere elevate per coloro i quali hanno convissuto, purché nel patto coabitativo sia presente un progetto d’impegno formale futuro. LA CONVIVENZA RAPPRESENTA QUINDI UN COMPROMESSO, UNA SORTA DI FASE DI TRANSIZIONE TRA FIDANZAMENTO E MATRIMONIO, CONSENTENDO DI PROSEGUIRE GLI STUDI O IMPEGNARSI IN UNA CARRIERA SENZA LA PRESSIONE DELLE RESPONSABILITÀ FAMILIARI, MA SENZA PER QUESTO PRIVARSI DI UN’INTENSA VITA AFFETTIVA!

Influenza delle reti di relazioni sociali: le principali temi oggetto d’interesse sembrano essere sostanzialmente due:

1)      Il mutamento qualitativo e quantitativo del rapporto di coppia rispetto alle reti di relazione,

2)      L’influenza del mutamento qualitativo e quantitativo del rapporto di coppia rispetto alle reti di relazione, in termini di supporto e interferenza nell’ambito del processo di stabilizzazione della coppia stessa.

Con riferimento al primo tema sembrano rintracciabili due filoni di ricerche che conducono a risultati divergenti. Da una parte abbiamo la relazione di coppia come risultato di un progressivo allontanamento dei partner dalla rete parentale e amicale. Tale presa di distanza risponderebbe a livello affettivo e comportamentale all’esigenza di devolvere al partner gran parte del proprio bilancio di energie di tempo, a scapito delle altre relazioni in parte efficaci con familiari e amici. Cognitivamente ci sarebbe invece l’esigenza di consolidare la propria identità di coppia (coupleness) e definire i confini della diade. Il riscontro empirico di tale ipotesi di allontanamento è misurato dalla diminuzione dell’ampiezza media delle reti amicale e familiare, dell’importanza dell’influenza esercitata dalle reti di riferimento e infine dalla partecipazione ad attività con amici e conoscenti (Surra, 1985). Il secondo filone di ricerca si conduce proprio dall’evidenza empirica del carattere di selettività dell’allontanamento.  Surra dimostra come il ritiro dalla rete di relazioni non coinvolgesse né i familiari né gli amici più vicini, i quali, al contrario, venivano man mano inglobati in una rete di relazioni affettive comune a entrambi i membri della coppia. Tale fenomeno di sovrapposizione è definito overlap caratterizza la fase di consolidamento della relazione di coppia e assume il compito di riconoscere e legittimare la coppia (Di Nicola, 1991) diminuendo la probabilità che la relazione di coppia si dissolva. Per quanto riguarda il secondo tema, numerosi studiosi, rifacendosi a teorie diverse, hanno analizzato l’influenza di familiari e amici nella fase di costruzione e stabilizzazione della coppia. È stato dunque ipotizzato a livello teorico che il supporto e l’approvazione producano effetti positivi sull’andamento del rapporto (Parks, Stan ed Eggert, 1983). Da un punto di vista cognitivo, secondo Sprecher e Felmlee (1992), l’effetto positivo della rete familiare avrebbe quattro ordini di conseguenze: consente alla coppia un maggior equilibrio cognitivo al momento in cui vi sia coerenza tra percezioni della coppia stessa, del network e di ciascuno dei partner; ciascun membro della coppia, potendo attingere alle informazioni riguardanti il partner possedute dalla rete, otterrebbe una riduzione dell’incertezza rispetto al partner stesso e alla relazione; inoltre, il fato di non essere considerati non solo come singoli, ma anche come coppia, determinerebbe un incremento del senso d’identità con la diade; infine la percezione della disapprovazione da parte della rete in caso di rottura del rapporto fungerebbe da deterrente, incrementando l’unione tra i membri della coppia. Le donne provenienti da famiglie caratterizzate da un alto livello di espressività appaiano maggiormente in grado di giungere un più elevato livello di soddisfazione coniugale, come se avessero a disposizione un più adeguato repertorio di capacità affettive e relazionali apprese dalla famiglia stessa e impiegata nella relazione diadica. I partner di donne le quali provenivano da famiglie con alto livello di stato di conflitto registravano una bassa soddisfazione coniugale, al contrario non è vero il contrario, cioè se è l’uomo ad avere una famiglia conflittuale, ciò non ha ripercussioni sul grado di soddisfazione della coppia. La donna dunque assume il fondamentale ruolo di specialista in relazioni all’interno della coppia coniugale. Le donne, infatti, rispetto all’uomo, tendono a dedicare più energie al mantenimento della relazione, soprattutto dopo la fase iniziale, hanno una maggior probabilità di essere loro a decidere la rottura della relazione (Hill, Rubin e Peplau, 1976) e una maggior capacità di prevedere l’evoluzione (Gilligan, 1982). L’ultimo aspetto riguarda l’impatto esercitato dall’interferenza/ disapprovazione della rete nel periodo precedente il matrimonio, che sembra seguire un andamento curvilineo in termini temporali (Johnson e Milardo, 1984); all’inizio è totalmente demandata ai partner, consolidandosi il legame prefigura l’ingresso all’influenza positiva o negativa della famiglia sul membro della coppia, in ultimo corrisponde la fase di diminuzione dell’influenza della rete familiare (Stets, 1993.)

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È difficile considerare una relazione patologica se si analizza che l’infermità non ha un’origine contemporanea ma è un complesso di meri tentativi disfunzionali che hanno radici profonde generazionali. In precedenza a codesto paradosso è conveniente e costruttivo rivalutarne il principio e sviscerare il processo evolutivo sull’essenza delle molteplici esperienze relazionali vantaggiose o svantaggiose vincolate dal tempo e dall’ambiente socio- culturale e socio- familiare; indi per cui la domanda che ha senso porci è: la nostra relazione è utile nel favorire l’accrescimento evolutivo psichico? L’attuale presupposto implica quindi determinare degli obiettivi che garantiscono una relazione utile; il dilemma è che non vogliamo corrispondere il prezzo delle scelte di cui ci siamo serviti. La maggior parte delle persone preferisce omettere la verità e afferra la possibilità di non scegliere, rifugiandosi con viltà per tutta la vita, crogiolandosi impiega ogni attimo alla costrizione della propria PRIGIONIA! La non consapevolezza conduce all’irresponsabilità e all’involuzione emotiva di entrambi gli individui. Ciascun individuo ricerca costantemente nell’altro la figura del padre o della madre, ma consciamente è afflitto dalla volontà di non poter arguire a uomini perfetti; conseguentemente cade nell’incanto di raggiungere codesta chimera con successo e saccenza che in seguito si dimostrerà il consueto fallimento mentale. Questo paradosso mostra come l’uomo contemporaneo chiede senza aspettarsi ed esige amore da chi ritiene che non saprà soddisfarlo attraverso lamenti camuffati da richieste. Un individuo superato la fase d’innamoramento dovrebbe chiedersi: MA LA MIA RELAZIONE È NORMALE?  Prima egli dovrebbe comprendere che cosa s’intende per normalità e intenderne i parametri di misurazione ma per far questo l’uomo all’origine dovrebbe scoprire come bisognerebbe essere per raggiungere il canone normale! Tutto questo è assurdo e contraddittorio se si considera che il processo evolutivo della coppia si basa su molteplici fattori che hanno radici generazionali disgiunte. Il presupposto dell’amore è l’innamoramento, esso ci dona la possibilità di amare ciò che non riusciamo a idolatrare di noi stessi perché incompatibile con la nostra immagine costruita. Vagliando l’innamoramento si può considerare una visione opposta nel nostro partner, una polarità emergente e splendente che razionalmente non troviamo in noi stessi ma che impariamo a conoscerla e ad accettarla attraverso l’altro illudendoci che non ci appartenga! L’infatuazione porta l’uomo allo smarrimento e alla dissipazione del raziocinio, dove la testa è in contrapposizione con il cuore, e quest’ultimo può manifestarsi solo con la perdita della capacità di analisi logica che sancisce limiti di ricerca della nostra identità con seguente sofferenza. L’essere tende a proiettare sul proprio partner esigenze complementari, indi per cui, se manca la fase d’innamoramento o l’innamorato questa mancanza ci genera patimento e assenza di vitalità; questo perché il senso di vuoto pre-esisteva all’assenza del partner, ma è più agevole e convenzionale attribuire questa mancanza a egli perché questo modo ci garantisce di riconoscere e unire i nostri due mondi emotivi. Sono le divergenze a rappresentare Il vero motivo della scelta reciproca non il fascino seduttivo delle similitudini; questo concetto chiarisce e collauda che ciò che è stato unito può essere diviso. Nella fase della separazione possiamo usare il nostro io contro quello del partner diminuendo il nostro grado di consapevolezza oppure integrandolo con le diversità dell’altro in un’interiorità indivisa più amplia. Nella fase dell’innamoramento ognuno tende a valorizzare la parte di sé che percepisce più veritiera, codesto elemento è tenuto in serbo privatamente per l’innamorato per assicurargli la preziosa scoperta. Il nostro stato emotivo nel compiacere l’altro ci spinge all’accettazione di noi stessi favorendo l’integrazione tra il nostro vecchio modo di percepirci e il nuovo. Questo ci costringe a ricostruire l’immagine che abbiamo di noi, codesta è diversa dalla precedente e approva la possibile scoperta temeraria contrastante. Il secondo stadio è l’amore, terminato il viaggio della rivelazione ci scontriamo con il funzionamento psichico ordinario cosciente della nostra oggettività; in questo stadio dobbiamo ridiscendere per far i conti con una complessità liquidata. Nel primo stadio ci siamo illuminati e irraggiati di luce, toccato il paradiso, gettato la nostra zavorra e aperti all’ascolto del cuore; in seguito è appropriato rinunciare a volare e considerare l’intelletto. L’uomo percepisce il vile e quindi riscende, la difficoltà è mantenere accessibile il cuore nonostante la testa abbia ripreso a funzionare” L’amore è quando il cuore resta aperto nonostante la testa abbia ripreso a funzionare“; fra la prima fase e la seconda c’è lo stadio drammatico di crisi che rischia di precludere la nostra evoluzione. La/e crisi sono/è separazioni/scelte una è conseguente all’altra, dividersi comporta delle scelte e le decisioni implicano distacco! I membri della coppia sono due apprendisti che hanno avuto la fortuna, d’incontrarsi per trasformarsi in persecutori uno dell’altro, dobbiamo imparare a conoscerli attraverso l’elaborazione di sé per riuscire a difenderci con consapevolezza dagli attacchi micidiali che toccheranno i nostri punti più sensibili. Questi punti sono labili perché noi ci focalizziamo e gli diamo importanza; essi fanno parte della nostra personalità! L’individualità è il nostro maggior sostegno ma anche il nostro peggior nemico; dopo che il partner ha valorizzato i nostri punti limitanti collaborando al processo evolutivo non come rivale, ma come collaboratore, nella battaglia tra la testa e il cuore, possiamo reagire con estrema gratitudine e non con ottusità alla nostra evoluzione. La personalità da un lato è il nucleo di tutto ciò che per noi ha un valore ma dall’altro di tutta la nostra infelicità che deriva dall’attaccamento, dall’identificazione che ne abbiamo e dalla pretesa di mantenerla inalterata nel tempo. La personalità è un termine etrusco che significa maschera” non sappiamo usarla come dovremmo’’. Quotidianamente ci vestiamo di una maschera che non sappiamo usare esattamente, la portiamo per tutto il nostro cammino rischiando di stratificare molteplici bautte costruite nel tempo patinandole e perdendo il focus dell’origine. La confondiamo con l’identità cioè, il punto centrale, quindi la perla della nostra conchiglia.  Il pericoloso attaccamento a essa/e ci porta ad arrendersi e alla rinuncia, perché pensiamo assicura l’integrità e la protezione della nostra identità. L’obiettivo è favorire la perdita del nostro attaccamento a una personalità totalizzante che non ci potrà mai rappresentare in toto; ogni frammento cui rinunciamo provocherà dolore e turbamento e sarà proporzionale al grado di attaccamento. Il successo è incanalare l’energia del patimento verso ambizioni costruttive che destano il nostro interesse; questo è possibile solo se ci si trova nella seconda fase. Un innamorato o una persona che aspira a innamorarsi non ha strumenti per comprendere codesto concetto perché lo sentirebbe motivo di minaccia e freno della sua espressione di amare! L’uomo ha il diritto di conoscere la propria mente, esso non è un privilegio del terapeuta, la malattia è ignoranza e genera illusione, questa ci identifica con la personalità ambivalente e reca sofferenza e malessere; se percorriamo questa strada e diveniamo consapevoli e osservatori raggiungiamo la conoscenza anche attraverso il partner del nostro dualismo e impariamo a utilizzarlo e ad apprezzarlo per imparare e creare! Se questo non avviene, ci accingiamo verso il fallimento e quindi il crollo del senso di sé con conseguente diserzione della condivisione progettuale comune.

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