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Archive for the ‘psicologia’ Category

Qualcuno domanda:…
Che cosa intende per “condivisione”, non solo materiale, ma emotiva e spirituale?

Una piena condivisione, che tocca tutti i livelli dell’esistenza umana, accade solo fra individui che vivono senza alcuna paura. Là dove non c’è paura c’è amore, e dove c’è vicinanza c’è L’inquietudine nasce dal credere che per essere qualcuno sia necessario scontrarsi con gli altri per potersi poi ritenere vincenti, migliori, arrivati. Peccato, però, che coloro che si ritengono riusciti finiscano unicamente per isolarsi sempre più in un vuoto piacere di sé, che con il tempo si mostra in tutta la sua aridità e disperazione, mentre coloro che si credono non riusciti continuino a rincorrere il sogno di vincere una battaglia senza senso. Sino a quando concepiremo il modello di realizzazione come idea d’essere più degli altri, la sofferenza ci seguirà come un’ombra. Ci siamo convinti che per “essere” sia necessario lottare con chi ci sta accanto, ma così la nostra energia unicamente si disperde nel cercare criteri e strategia di sopraffazione invece di riversarsi nelle relazioni come forza d’incontro, condivisione e trasformazione. Manchiamo costantemente l’amore perché non riconosciamo l’innata bellezza che risiede nel vivere, liberi da logiche di paragone e competizione. Essere semplicemente quello che si è, c’è in concreto impossibile. Guardare noi stessi e gli altri con occhi limpidi, esenti dall’invidia, dalla gelosia e pertanto dal terrore ci sembra quasi innaturale. Condividere per me significa incontrare l’altro senza alcun pregiudizio e condizionamento affinché il nostro animo possa ricevere e donare in piena verità e consapevolezza, pensieri, emozioni e sentimenti: solo così possiamo fiorire, rinnovarci e desiderare.

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La perversione (dal latino perversum, stravolto) è un atteggiamento deviato che si realizza nell’ideazione e perseguimento di comportamenti distorti rispetto al senso comune. Questo termine, dunque, è utilizzato per quei comportamenti che si oppongono all’ortodossia e alla normalità. In passato questo vocabolo era utilizzato soprattutto in ambito religioso per descrivere un’eresia, cioè quel modo di pensare che si opponeva alla comune visione del mondo. Ora, tuttavia, questo termine è utilizzato in massima parte nell’ambito della sessualità, e si lega al concetto di parafilia. Secondo Sigmund Freud la perversione è la propensione al puro godimento, liberando questo termine dalla sua accezione puramente negativa. Nella lingua francese il termine perversione è tradotto con due parole dal significato differente: “Perversion”, che indica la perversione a sfondo sessuale e, secondo i casi, non ha un significato pregiudizialmente negativo; “perversité”, che al contrario indica un atteggiamento o atti notevolmente negativi non necessariamente legati alla sfera sessuale. Solitamente perversione è utilizzata come sinonimo di devianza, anche se essa si differenzia perché si riferisce a una violazione delle norme sociali riconosciute A, causa della differenza tra le varie culture del concetto di “normalità”, questo termine può riferirsi a situazioni e comportamenti diversi secondo la cultura di provenienza. Secondo alcuni psicologi c’è perversione quando un atteggiamento o un comportamento sono volti esclusivamente a fare del male a qualcuno: perverso è chi trovandosi in una situazione di superiorità approfitta del suo status per infliggere umiliazioni al più debole. Perverso è chi approfitta della debolezza dell’altro per farlo intenzionalmente soffrire. Ribaltando il concetto perverso è chi, in situazione di debolezza ed essendo oggetto di umiliazione o violenza, ne gode. Estendendo il concetto, perverso è chi accetta una situazione perversa senza intervenire, potendo farlo e senza che questo gli procuri un danno o di chi l’accetta su se stesso non riconoscendone gli effetti negativi, anzi pensando di esserne esente. Molti casi di atteggiamenti o azioni perverse sono solitamente condannati dalla legge: è il caso ad esempio del “bullismo”, del “nonnismo”, dello “stalking”, della “violenza sessuale” in tutte le sue forme, della “violazione della privacy”, del “mobbing”. La gravità è proporzionale alla misura, intesa come intensità, frequenza, dal numero delle persone coinvolte e dal fatto che la vittima non riceva aiuti in merito, primo fra tutti il riconoscimento a lui o lei dell’abuso perpetrato nei suoi riguardi. Molto spesso atteggiamenti perversi non sono riconosciuti, legalmente o no, perché la vittima non riesce a esprimere adeguatamente quanto, gli sta accadendo, anche perché spesso incolpa, se stessa di quanto gli sta accadendo oppure perché essere oggetto di una perversione il più delle volte, provoca disturbi psichici, quali perdita dell’autostima, depressione, fino a disturbi più gravi che talvolta possono portare al suicidio. Le vittime di abusi di questo tipo possono avere la vita distrutta e condizionata in modo indelebile, in particolare quando non è mai riconosciuto loro che sono state vittime di un abuso e che sono loro a essere nel giusto. Il risarcimento, sotto forma di verità, in particolare se riconosciuta da chi ha commesso l’abuso, è un primo passo verso la loro guarigione. La condanna di chi ha perpetrato l’abuso e il risarcimento conseguente nei riguardi della vittima, è un’altra compensazione al danno subito, sia in termini fisici sia psicologici. Ci sono casi estremi di perversione che hanno coinvolto società intere, quali il nazismo o lo stalinismo: Auschwitz o i Gulag ne erano la loro manifestazione evidente. Storicamente, ad esempio, la “santa inquisizione”, a dimostrazione che la perversione si può nascondere ovunque. Anche oggi ci sono esempi estremi simili, quali i casi di tortura che ogni giorno sono scoperti in qualsiasi altra parte del mondo. La perversione comunque si manifesta in situazioni in cui c’è un evidente uso del potere in senso distruttivo: il più forte tende a distruggere il più debole e prova piacere in questo o non prova nessun sentimento né senso di colpa, in particolare quando tale atteggiamento è condiviso da altre persone se non addirittura da società intere (fascismo e simili), atteggiamento condannato non solo dalle leggi degli stati democratici, ma anche da quelle dell’etica, della morale e religiose. Ci sono casi in cui le pulsioni perverse sono controllate tramite il gioco: in questo caso soggetti adulti e consenzienti mettono in atto giochi che simulano situazioni in parte realistiche in cui sono espresse le loro perversioni. Tali situazioni sono quasi accettate secondo le culture: le culture considerate più evolute e tolleranti accettano tali giochi nel privato poiché solitamente non nocive al comportamento sociale. Oppure tramite lo sport. Anche le arti spesso sono state usate per trasmettere questo tipo di pulsioni in modo non lesivo. Molto più cospicui sono gli studi più recenti sulla correlazione fra perversione, devianza, traumi, autolesionismo, attaccamento e abusi. Dalla letteratura psicologica e psichiatrica si evince come, di là dai complessi profili psicologici degli interessati e delle motivazioni profonde che li possono condurre alla perversione, queste pratiche sono più spesso frequenti in soggetti di tipo borderline. Una delle cause emotive ricorrenti è il senso di colpa.

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Intesa come dottrina può essere un sinonimo di saggezza di vita; bisogna cercare di vivere il più felicemente possibile non pretendendo né un atteggiamento stoico poiché l’uomo è troppo colmo di volontà né un agire machiavellico perché la gratificazione non perviene a spese altrui. L’eudemonica occuperebbe un ambito interposto, insegna come si può vivere il più lietamente possibile senza colossali rinunce e sforzi per vincere se stessi e senza considerare l’altro solo per giungere ai propri scopi. Una felicità compiuta e positiva è impossibile, mentre ciò che converrebbe bramare è uno stato relativamente esiguamente doloroso.
L’eudemonica si fraziona in due parti:
1.    Analizzare e riflettere sul comportamento verso noi stessi.
2.    Analizzare e riflettere sul comportamento verso gli altri.
Prima di queste osservazioni, è fondamentale definire in che cosa dovrebbe consistere la felicità umana circoscritta come possibile e che cosa è imprescindibile per raggiungerla. Arthur  Schopenhauer in primo luogo asserisce che l’eudemonologia, esposta in cinquanta massime, ha la prerogativa di scorgere la serenità umana, di emergere il temperamento felice, stabilire la capacità di soffrire e di gioire; in secondo luogo è considerevole la salute del corpo, che è strettamente vincolata dal temperamento, è ne è quasi la condizione imprescindibile; in terzo luogo la quiete dello spirito e in ultimo i beni esteriori in misura assai limitata. *Epicuro suddivide i beni in:
1) naturali e necessari,
2) naturali, ma non necessari,
3) né naturali né necessari.
Nota: Chi è sereno ha sempre motivo di esserlo, che è appunto il fatto di essere sereno* a cura di Franco Volpi.
Nota: Niente più della serenità è sicuro della propria ricompensa, poiché nel suo caso ricompensa e azione fa tutt’uno* Schopenhauer.

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Azione e reazione…

…”A ogni azione corrisponde una reazione uguale o contraria, questa teoria dinamica trova valenza anche in una situazione emotiva?” I principi della dinamica sono la base concettuale di quella branca della fisica che studia e descrive le relazioni tra il movimento di un corpo e gli enti che lo modificano; sono da notare comunque che, nonostante il nome comune di questa legge “terzo principio di Newton Azione- Reazione” non si debba  pensare a “Azione e Reazione” come qualcosa che accade in due momenti diversi perché può avvenire contemporaneamente e a quel punto si annullano. Mi pongo il compito di tracciare un’introduzione alle emozioni, e procedere verso la descrizione dello sviluppo della comprensione infantile di emozioni, e della capacità degli individui in generale di “COMPRENDERE” cosa possono provare gli altri e in quali condizioni; questi aspetti sono cruciali per lo sviluppo del senso di responsabilità personale e di adeguamento alle norme di un gruppo o di una comunità; inoltre, sono in definitiva, tra i presupposti principali sia del disadattamento individuale sia della deviazione dalla cooperazione sociale. Come definizione iniziale suggerisco la seguente: le emozioni sono schemi di azione che coinvolgono il livello psicologico (le rappresentazioni), il livello comportamentale (le reazioni), e il livello biologico (le attivazioni neuro-ormonali). La funzione delle emozioni è di:
a) informare il soggetto delle emozioni degli altri,
b) riconoscerle in se stesso,
c) preparare l’azione adeguata.
Le emozioni sono euristiche di condotta derivate dalle influenze della nostra evoluzione.

Principali teorie
Come spesso accade, vi è un cospicuo numero di teorie, che riflettono nel tempo gli interessi della ricerca. La prima, in ordine di tempo tra quelle moderne, è quella di James-Lange; Secondo questa teoria l’emozione è determinata dall’effetto sulla coscienza delle reazioni organismiche scatenate da uno stimolo: lo stimolo è colto dai sistemi superiori corticali coincidenti con la coscienza . La coscienza coglierebbe dopo quanto è accaduto a livello biologico e comportamentale. Un’altra teoria è di Watson. Egli inquadrava le emozioni come reazioni periferiche nelle funzioni di risposta a stimoli ambientali, senza il bisogno di citare la coscienza del soggetto in questa reazione. Teoria che in qualche modo si appoggiava ai riflessi condizionati. Una teoria del tutto diversa è quella di Cannon-Bard (anche in questo caso prende il nome da due fisiologi che indipendentemente vi hanno contribuito). Questa teoria, cortico-diencefalica, vede nel processo di valutazione (superiore) un ruolo primario che innesca attraverso l’azione (inferiore) dell’ipotalamo gli schemi predisposti delle reazioni organismiche neuro-vegetativo-comportamentali, e quindi rimanda alla corteccia il segnale per l’attribuzione del significato emotivo. Questa teoria introduce in campo il concetto di schemi predisposti, di natura comportamentale e lascia aperta la via per lo studio del ruolo della valutazione del pattern che ha stimolato l’attivazione emozionale. Accanto a queste teorie “storiche”, citiamo la teoria di Schachter e Singer che vede nel processo di valutazione cognitivo un ruolo centrale fondamentale. Gli autori evidenziano che il soggetto attribuisce a uno stimolo un valore di attivazione e in seguito assegna alla situazione un significato emotivo invece che un altro (oppure nessuno). In sostanza, l’attivazione non è sufficiente per avere un’emozione, è il processo di attribuzione del significato che la definisce. In questo caso vi è un passo avanti nello studio della valutazione soggettiva, ma una mancanza nella spiegazione dei fattori emotivi di base. Una teoria molto moderna è quella di Johnson-Laird e Oatley (1990, 1995). Essi definiscono le emozioni come un sistema di segnalazione a più livelli. Uno arcaico, immediato, primitivo, più rozzo, ma molto diffuso. l’altro livello, più complesso, “proposizionale”, valutativo e autocosciente (con riferimento ad attribuzioni di significato su di sé, sul mondo, sugli altri). I due livelli hanno una giustificazione diversa: il primo, quello “di base”, è essenzialmente predisposto a una rapida risposta coerente con l’adattamento organismico all’ambiente, l’altro livello costituisce una caratteristica evoluta che coincide con le valutazioni e le comunicazioni sociali tipiche del pensiero proposizionale e autocosciente (Johnson-Laird,1990, 1991;Johnson-Laird e Oatley, 1990). In relazione alle teorie degli appraisal e delle tendenze all’azione (Arnold, Frijda, Scherer, Leventhal, Roseman, Smith e Ellsworth, Lazarus) gli elementi cognitivi e valutativi sono i contenuti e le cause delle emozioni; si tratta di conoscenze di per se stesse emotive con cui si valuta con immediatezza la dannosità/utilità dello stimolo per la persona e sono ciò che rende uniche e inconfondibili le varie emozioni.  E’ utile sottolineare la differenza tra il concetto di conoscenza (knowledge) e quello di valutazione cognitiva (appraisal): con il primo termine si indicano gli aspetti generali e contestuali delle conoscenze, sia concrete sia astratte e simboliche, organizzate nella nostra mente in forma di atteggiamenti, credenze, teorie ingenue, ecc…; le valutazioni cognitive sono invece una forma di significato personale che consiste di valutazioni compiute sul significato che le conoscenze hanno per il proprio benessere. In rapporto alle teorie della rappresentazione (Fehr e Russel, Shaver e coll., Conway e Bekerian, e per certi versi Kelly) le esperienze emotive sono concettualizzate nella mente in forma di prototipi e script; queste strutture regolano la codifica e la decodifica degli eventi emotigeni e, secondo alcuni, possono essere assunte come modelli impliciti del processo che produce l’esperienza emotiva. Le ricerche condotte per verificare la capacità discriminante delle valutazioni cognitive e delle tendenze all’azione hanno prodotto risultati incoraggianti ma non definitivi; per un verso, si può dire che sono stati individuati i sistemi valutativi specifici di alcune emozioni (quelle di base), ma d’altra parte queste associazioni fra valutazioni, tendenze all’azione ed emozioni si sono dimostrate poco stabili. Tuttavia, almeno per quel che riguarda le emozioni fondamentali si dispone di una concettualizzazione sufficiente a porre in relazione valutazioni personali, programma emozionale, e tendenza all’azione.

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La sindrome di Peter Pan:

Sindrome che colpisce chi non accetta gli anni che passano e si rifugia in atteggiamenti adolescenziali.Nel 1984 lo psicologo americano di scuola junghiana Dan Kiley ha utilizzato per la prima volta questo termine nel suo libro dal titolo La sindrome di Peter Pan (traduzione italiana Rizzoli 1985 col titolo esplicito Gli uomini che hanno paura di crescere), traendo spunto dal celebre folletto di Kensington Garden di Barrie. Con il nome di Peter Pan ci si riferisce generalmente al titolo del testo teatrale dal quale il romanzo fu poi scritto, intitolato Peter Pan, o il ragazzo che non voleva volare, scritto da James Matthew Barrie nel 1904

La sindrome di Peter Pan è quella situazione psicologica in cui si trova una persona immatura, che si rifiuta (o è incapace) di crescere, di diventare adulta e di assumersi delle responsabilità. La sindrome è una condizione psicologica patologica in cui un soggetto rifiuta di operare nel mondo “Degli adulti” in quanto lo ritiene ostile e si rifugia in comportamenti ed in regole comportamentali tipiche della fanciullezza. Nel suo mondo egli è il padrone assoluto, tutto esiste unicamente per lui, in funzione dei suoi desideri e dei suoi umori. L’unica cosa che conta è stare bene, essere felici. L’importante è non avere bisogno di nulla e di nessuno. Nulla gli serve, egli è perfetto in se stesso, un Dio a cui tutto è dovuto, e davanti a cui il mondo s’inchina ammirato. Le piccole banalità quotidiane, le fastidiose difficoltà della vita gli scivolano addosso, egli è speciale, superiore, vive nel futuro, nell’immaginario, nello straordinario. Egli non ha dolori o affanni, quindi non li può riconoscere nell’altro: una battuta, uno scherzo, ed ecco che se ne va, pronto per un nuovo gioco. Essendo un Dio, tutto gli è permesso, senza alcun limite. Tempo, spazio e possibilità sono concetti non compresi. Se vuole qualcosa, lo vuole subito, e non contempla la possibilità di non essere esaudito, anzi, non contempla nemmeno il dover chiedere per ottenere.  La cosa sorprendente è che il mondo nel quale vivono i Peter Pan non è nostalgico né regressivo, ma, al contrario, estremamente vitale. Diversamente dai nostalgici di Calimero e dei Barbapapà, “i Peter Pan non cercano di ritrovare la loro infanzia”.Le spiegazione di quest’infanzia prolungata dipende dal vivere le trasformazioni psicologiche naturali dell’adolescenza, le persone affette dalla sindrome di Peter Pan passano direttamente dall’infanzia all’età adulta senza passare per la fase adolescenziale. “Esistono due ipotesi teoriche” spiega Alain Meunier “O durante l’infanzia vivono un trauma che impedisce loro di crescere e di progredire, oppure, per una ragione o per un’altra, si ritrovano privati della loro adolescenza”. Le due grandi scoperte dell’adolescenza sono la durata e la morte”, spiega Alain Meunier. “Come i bambini, i Peter Pan hanno spesso problemi con il tempo”, costata lo psichiatra. Per eseguire un compito, impiegano troppo tempo oppure non abbastanza. Hanno spesso problemi di procrastinazione, rimandando all’indomani o addirittura all’ultimo minuto ciò che potrebbero fare il giorno stesso.Le persone affette da questa sindrome si rivelano generalmente dei veri solitari, che non si sentono veramente bene se non sotto una campana di vetro, nel loro mondo immaginario. Hanno difficoltà a prender in mano il loro destino, inorridiscono dinanzi agli imprevisti, le sorprese, gli obblighi, con una tendenza a restare dipendenti dai genitori. Sul piano lavorativo, i Peter Pan per mancanza d’impegno personale possono patire situazioni di sottoimpiego, nonostante il loro livello di studi spesso elevato. A volte soffrono anche di disturbi sessuali, come il vaginismo, l’eiaculazione precoce, l’impotenza… Ma non è una fatalità. La maggior parte dei Peter Pan non riconoscono questo tipo di problemi. Se hanno dei rapporti, è perché le loro funzioni sono in stato di funzionamento. Tuttavia, siccome non introducono alcun sentimento nella loro sessualità, questa non si rivela realmente appagante. Nonostante tutto, le persone affette da sindrome di Peter Pan non vivono ai margini della società. Il loro modo di vivere non gli impedisce di condurre una vita apparentemente “normale”. Sono spesso sposati, hanno figli, un lavoro, degli amici e una vita sociale
 

Che cosa vorrebbero? Diventare invisibili, confondersi nella massa, mimetizzarsi col paesaggio per vivere nel loro mondo interiore, personale e immaginario. Di conseguenza, le loro relazioni con gli altri possono essere prive di consistenza, di coinvolgimento personale, con tendenza all’immaturità.

https://avallonefabiana.wordpress.com/2011/10/09/la-famiglia-con-i-bambini/

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Oggi, la balbuzie colpisce con frequenza maggiore i figli dei balbuzienti e il sesso maschile, con un rapporto di 1:4 rispetto a quello femminile. Nella maggior parte dei casi si tratta di una disfluenza tipica dell’età che regredisce spontaneamente, ovvero per il bambino che sta imparando a parlare è normale inciampare nelle parole, esitare e ripetere le sillabe, fa parte del processo di apprendimento del linguaggio. Soltanto l’1% della popolazione adulta soffre di vera balbuzie, la cui sintomatologia prevede anche tremori, sforzo e tensioni muscolari a livello delle narici, del collo, del torace, alterazioni dell’intensità e del tono della voce, alterazioni del respiro. Negli altri casi un adulto balbetta, ovvero parla esitando e ripetendo sillabe, solo quando si sente nervoso o emozionato. Rispetto alle cause che scatenano la balbuzie, molti ricercatori sostengono che è l’intrecciarsi di fattori neurofisiologici, psicologici, genetici, e ambientali, a determinare tale disturbo del linguaggio. Quando il disagio, la sofferenza, la tensione e l’ansia non sono condizioni momentanee, ma perdurano nel tempo, compromettendo il normale funzionamento sociale, è urgente un intervento terapeutico.
L’individuo può decidere, pertanto, di sottoporre il proprio malessere all’attenzione di un esperto.

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Prima di scegliere bisognerebbe capire perché si predilige un partner…

…I single potrebbero sostenere che loro non lo prepongono perché non ne hanno bisogno o non l’hanno mai trovato, altri potrebbero sostenere che vi hanno rinunciato o che hanno scelto un interlocutore spirituale, come i sacerdoti cattolici. Limitandoci alla cultura occidentale, vi è una tendenza generale alla preferenza di un partner, indipendentemente dalla forma e dalla durata del legame che ne consegue: anche nelle relazioni più “libere” la scelta è operata, almeno in parte, in conformità a una serie di elementi complessi che la condizionano. Molti sostengono di non aver necessità o di non aver mai sentito l’obbligo di un partner, ma questi, spesso non si rendono conto che in realtà non è una mancanza di bisogno, ma di una rinuncia condizionata.  La scelta del partener è fondata su svariati motivi, alcuni di carattere utilitaristico, come un vantaggio economico o organizzativo oppure sotto una pressione sociale. Si ritiene dunque, che i motivi siano però legati ad alcuni bisogni fondamentali dell’uomo che si esprimono attraverso i suoi sistemi motivazionali, in particolare quello dell’attaccamento- accudimento e quello sessuale. Questi bisogni, si collocano all’interno di una serie di automatismi volti al mantenimento della specie e alla creazione, che garantiscono la sicurezza dei suoi membri durante lo sviluppo. Il primo è legato alla ricerca di sicurezza e al bisogno complementare che ne deriva, di provvedere all’accudimento delle persone molto deboli. L’esigenza di sicurezza si manifesta con più evidenza nelle relazioni in cui, per la presenza di gravi difficoltà di rapporto, vi è una minaccia concreta di separazione. Molto spesso in queste situazioni il collante principale del legame sembra essere la paura della solitudine e l’angoscia di essere privi di una figura di riferimento alla quale ricorrere in caso di bisogno. Il secondo è legato alla conservazione della specie attraverso la funzione riproduttiva, fine originale dell’attività sessuale. La riuscita di molti matrimoni è subordinata alla possibilità di procreare; in queste coppie sembra esservi un patto implicito (la sopravvivenza del legame sembra dipendere solo dalla soddisfazione della richiesta di paternità o maternità). In conclusione sia per quanto riguarda l’esigenza di sicurezza e sia per una progettualità procreativa all’interno della relazione, il requisito fondamentale è l’esistenza di una fiducia base nei confronti della persona con la quale è stabilita la relazione; diviene importante la qualità del legame che si è creato con chi originariamente si è preso cura di noi. Si può dire che quanto più è stata soddisfacente la relazione originaria, tanto più si potrà sviluppare un atteggiamento di fiducia nei confronti delle nuove relazioni; quanto più è stata ambivalente, ambigua e scarsamente soddisfacente riguardo ai bisogni personali fondamentali, tanto più si osservano comportamenti forvianti, disorientanti ed evitanti da parte di chi ha avuto questo tipo di esperienza.

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